IN PROGRESS
SALMI PUBBLICATI IN “ PRESENZA CRISTIANA” 2003-2005
Incontrare
Dio nella preghiera dei Salmi (gennaio 2003)
Che
cos’è
Ancora
sulla Lectio Divina
23
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(23)
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(26)
26
(25)
29
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29 8 (2005)
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45
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50 3 (2003)
51 4 (2003)
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62
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67
(66)
69 5 (2003)
69
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71 10 (2003)
76
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77 9 (2004)
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(82)
83
(82)
84
(83)
84
87 2 (2004)
90
(89)
94
95
(96)
95
96 6 (2005)
97 4 (2004)
98 5 (2004)
118 3 (2003)
133 1 (2004)
Capitolo 1
INCONTRARE DIO NELLA
PREGHIERA DELLA CHIESA
La preghiera dei Salmi
1. Luce della parola
di Dio per la mia vita
«Lampada
sui miei passi è la tua parola,
luce
sul mio cammino.
Ho
giurato e sarò fedele:
ubbidirò
alle tue giuste decisioni.
Tocco
il fondo dell'umiliazione, Signore:
fammi
rivivere, come hai promesso.
Accetta
in offerta la mia preghiera, Signore:
fammi
conoscere le tue decisioni.
Ad
ogni istante rischio la vita,
eppure
non dimentico la tua volontà.
I
malvagi mi hanno teso un tranello,
ma
non abbandono i tuoi decreti.
I
tuoi ordini sono tutto il mio bene,
la
gioia del mio cuore senza fine.
Sono
deciso a praticare le tue leggi,
sono
la mia ricompensa per sempre» (Salmo 119, 105-112).
Mi è capitato, in questi ultimi anni, di entrare talvolta
in una chiesa verso sera e di assistere a una cosa un po' nuova e non tanto
comune. Il popolo era riunito in preghiera per la celebrazione dell'Eucarestia
e guidato dal sacerdote celebrante recitava da un piccolo libretto, a cori
alterni, la preghiera dei salmi. Ammirato e un po' sopreso ho chiesto poi al
sacerdote in sacrestia di che cosa si trattava e mi ha risposto che era suo
desiderio aiutare il popolo di Dio a far uso, come la liturgia rinnovata
raccomanda, della preghiera dei salmi non solo nella Messa ma anche con la
recita di Lodi e Vespro assieme al popolo.
Certo questo
atteggiamento e questa nuova prassi è degna di ogni elogio e sempre più le
parrocchie, i gruppi di spiritualità e apostolici, le famiglie e singoli
cristiani apprezzano la ricchezza della preghiera delle Ore, soprattutto
quella delle Lodi e dei Vespri.
Tuttavia
penso che non sempre sia facile comprendere alcuni salmi e perciò sintonizzarsi
con essi. Sia per il loro significato biblico che nella loro applicazione al
mistero di Cristo e per la trasformazione in preghiera e vita cristiana.
Occorre perciò una certa istruzione e catechesi.
Nella
Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II all’inizio del Nuovo Millennio (“Novo
millennio ineunte”)
E’ bello
imparare a valorizzare sempre più la preghiera di Gesù e della Chiesa, quella
preghiera chiamata con il nome di «Salmi».
E’ perciò indispensabile avere una
opportuna catechesi sui salmi dato il loro grande uso nella Messa e nella
Liturgia delle Ore. Dobbiamo «imparare ad attingere da essi un autentico
spirito di preghiera, e perciò con una idonea formazione imparare a comprendere
i salmi in senso cristiano, in modo da arrivare a poco a poco a gustare e a
praticare sempre più la preghiera della Chiesa» (dai «Principi e Norme per la
Liturgia delle Ore» 23).
Perciò già
dall’anno appena trascorso
Ma in
realtà,
2. Che cosa sono i
Salmi?
«Un microcosmo di tutto l'Antico Testamento» o anche «il
riassunto di tutta l'esperienza spirituale di Israele»: i grandi temi dell'AT
sono ripresi sotto forma di preghiera, così pure le grandi tappe della storia
della salvezza, dalla creazione all'esodo, alla terra promessa, all'esilio, al
ritorno. I salmi non sono composizioni fatte a tavolino, ma hanno le loro
radici nella vita di preghiera della comunità e dei singoli, prima della
comunità e poi dei singoli.
Il libro
dei salmi così come si presenta ora nella Bibbia si è formato verso la fine
dell'epoca persiana. Esso però contiene raccolte di salmi che si sono formate
lungo i secoli e molti salmi antichi sono stati riletti e ritoccati lungo la
storia.
E'
difficile ricostruire la storia della formazione di questo libro. Una cosa è
certa: il libro dei salmi contiene il racconto della scoperta quotidiana della
presenza di Dio nella vita degli Israeliti sia come popolo che come singoli
fedeli.
E' un
racconto sulle situazioni più diverse, riprese, adattate, completate. Il
Salterio è un libro scaturito dall'esperienza della vita. Non c'è situazione
di vita, intesa come ricerca di Dio o di incontro interiore con lui per lodarlo,
ringraziarlo, chiedergli aiuto, lamentarsi con lui che non sia presente nei
salmi. Per l'uomo che vive questa ricerca di Dio le preghiere dei salmi sono
già in lui, chiedono solo di esprimersi.
I salmi
appaiono perciò come la risposta umana piena di dubbi, di crisi, di rifiuti al
dialogo con Dio. Sono lo specchio dei problemi, delle sofferenze e delle gioie
di tutto un popolo. E' una preghiera che non viene rivolta a Dio in un convento
ma nelle città, nelle feste, nei lutti, nella politica, nella giustizia
sociale.
E' la vita concreta la prima situazione vitale che aiuta a
capire lo stesso «genere letterario» dei salmi. Ed è questa vita concreta che
dobbiamo incontrare leggendo i salmi per vedere come in ciascun salmo
«preghiera e vita» sono in intimo rapporto.
Ecco alcune situazioni paradigmatiche della vita e della
preghiera dei salmi.
3. La supplica
E' risaputo che i salmi di «supplica» o di «lamentazione»
sono il genere letterario più esteso del Salterio. Si pensa che oltre il 55%
dell'intero salterio sarebbe costituito da suppliche.
La supplica è il grido del povero, dell'emarginato, del perseguitato,
dell'infelice, del disgraziato, di chi vive in uno stato di profonda
umiliazione e si abbandona al Signore. Rifiutato da tutti, pone solo in Dio la
sua fiducia perché Egli è l'unico che lo può salvare. Il sofferente grida a
Dio, questi interviene con la sua bontà, cambia la situazione, e colui che
prima soffriva, una volta riabilitato, innalza a Dio il suo canto di lode e di
ringraziamento. Chi prega chiede a Dio che si rivolga a lui, intervenga e lo
aiuti. La lamentazione è il modo normale di rivolgersi a Dio quando si è nella
sofferenza e nel dolore, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. A questo
grido risponde la bontà e la misericordia di Dio Salvatore. La sofferenza di
ogni giorno, presente nell'uomo, ha bisogno di sfogarsi con Dio. Il luogo più
normale è quello della preghiera. L'uomo fa tutti i giorni l'esperienza del
dolore in molti modi: per esempio nella malattia, nella morte di una persona
cara, nel fallimento e nell'insuccesso, nella calunnia e nell'oppressione.
La lamentazione è il linguaggio proprio della sofferenza.
Il linguaggio della sofferenza concretizzato in queste due
domande: "perché?" e "fino a quando?" si è un po' perduto
nella nostra preghiera cristiana. Sembrerebbe una bestemmia mentre è
l'espressione della fiducia in Dio che ha creato l'uomo e quindi deve prendersi
cura di lui. Se incontriamo una persona che soffre veramente, l'unica cosa da
fare è lasciare che si sfoghi. E perché questo esprimersi e questo sfogarsi non
può avvenire anche con Dio? Perchè non riversare in lui il proprio cuore come
dicono i Salmi?
Un esempio
di questa preghiera di supplica di chi è nel dolore è il Salmo 6.
E' il «pianto di un malato».
L'interrogativo angoscioso: «fino a quando, Signore, aspetterai?»
(v.4b) tipico dei salmi di lamentazione è il cuore del salmo. L'orante è
cosciente che la sua malattia è forse conseguenza di qualche suo peccato come
capita nella vicenda di Giobbe.
Come nel Sal 38,2,
l'orante chiede a Dio con fiducia di perdonarlo e di aiutarlo nella sua
malattia.
E' un ammalato grave che non solo si sente allo stremo delle
forze ma anche psicologicamente ha perso ogni capacità di reagire. Non gli
resta altro da fare che «passare le notti nel pianto, trovarsi in un mare di
lacrime».
In questo stato di depressione assoluta si ricorda
dell'«amore fedele» di Dio. E' un peccatore e non merita la guarigione, ma
l'amore fedele di Dio è superiore ad ogni attesa. E allora chiede al Signore:
«vieni ancora a liberarmi» (Sal 6,5). Chiede a Dio di lasciarlo in vita perché
possa continuare ad essere in comunione con lui.
4. I salmi di fiducia
e di ringraziamento
In antitesi all'amarezza del lamento e dell'angoscia ci
sono i salmi di fiducia e di ringraziamento. Questo motivo della fiducia
permea quasi tutti i salmi ed è l'atmosfera normale nella quale avviene
L'uomo che a sera, prima di andare a dormire e dopo aver
fatto l'esperienza dell'amore di Dio, esprime tutta la sua confidenza in lui
dicendo:
«A me, Signore, hai dato una gioia
che val più di tutto il loro grano e il loro vino.
Tu solo, Signore, mi dai sicurezza:
mi corico tranquillo e mi addormento»
(Sal 4,8‑9).
Il pio israelita tentato dal mondo che lo circonda, materialista
e gaudente che non ha bisogno di Dio, sceglie lui solo:
«Jhwh, la mia felicità sei tu!»(Sal 16,2).
E' una scelta radicale fonte di una felicità che i pagani
non possono comprendere e che gli permette di descrivere la sua vita di
intimità con Dio.
Troviamo nel Salmo 16
tutto il vocabolario della gioia: «mia felicità, mio bene, mia eredità, mio
calice inebriante, mia sorte, mia parte meravigliosa, mia gioia, mia
festa...».
Già
nella liturgia d'Israele i salmi avevano un ruolo di grande rilievo. Non si sa
molto su come si svolgevano le funzioni liturgiche ma certamente alcuni cantori
avevano la responsabilità del coro nel santuario: si parla dei figli di Core e
dei figli di Asaf. Sono singole raccolte più tardi inserite nel Salterio. I salmi
non erano solo recitati ma cantati e accompagnati con numerosi strumenti.
Alcune volte si danzava anche. L'assemblea si univa al coro con il canto di
ritornelli come si può dedurre da alcuni salmi o con il dialogo tra diversi
gruppi. Benchè, come si deduce dall'uso dei salmi nel NT, si debba pensare che
i primi cristiani avessero familiarità con queste raccolte, forse nei primi due
secoli i cristiani durante le loro celebrazioni ai salmi preferivano preghiere
e inni cristiani anche se intrisi di versetti tratti dai salmi, mentre queste
preghiere erano usate per la meditazione. Più tardi per motivi dottrinali la
Chiesa riprese i salmi e li inserì nella sua liturgia della Parola, non solo
ma la gran parte dei salmi fu il fondamento della liturgia ebraica e cristiana.
Dal III al VI secolo il salmo dopo la prima lettura veniva cantato da un
salmista da un ambone e tutta l'assemblea si univa ripetendo come ritornello il
versetto più significativo del salmo stesso (l'antifona!). In altre parole rispondeva
alla Parola di Dio promulgata nella prima lettura (di qui chiamato salmo responsoriale!). Abbiamo ripreso
oggi questa usanza di ripetere un salmo o parte di un salmo quasi come un'eco
alla prima lettura ed è bene, quando è possibile, che questo sia cantato. In
genere è stato scelto in funzione della prima lettura la quale, a sua volta, è
stata scelta in funzione del Vangelo. Così il salmo responsoriale prepara ad
accogliere il Vangelo.
Il salmo responsoriale permette alla Parola di Dio
ascoltata nella prima lettura di penetrare più profondamente in noi. Attraverso
la nostra risposta comune, ci unisce in una sola voce. Inoltre la liturgia
cristiana ricorre continuamente ai salmi con «l'antifona d'ingresso»,
l'«acclamazione al Vangelo» e l'«antifona di comunione».
In
conclusione, i salmi sono attuali perché sono davanti a Dio l'espressione di
esperienze, di situazioni, di sentimenti attraverso cui passano gli uomini di
tutti i tempi. Quando io li recito mi metto in comunione con tutti coloro che
prima di me, sia giudei che cristiani, si sono riconosciuti e si sono sentiti
espressi in queste formule di lode e di adorazione, in questi lamenti, in
queste suppliche e in questi appelli di speranza e di fiducia. E' interessante
scoprire come Gesù ha utilizzato i salmi, espressione prima della preghiera del
suo popolo, e come i primi cristiani hanno riletto alla scuola di Gesù i salmi
in funzione di lui. «Come ogni buon israelita. Gesù ha pregato con i salmi. Il
Salterio è stato il suo manuale di vita liturgica e il suo libro di preghiera
privata. Certo, il Vangelo resta muto su questo punto. Ma mostra Gesù troppo
preoccupato di conformarsi agli usi dei suoi contemporanei e troppo
familiarizzato con il contenuto dei salmi perché se ne possa dubitare»
(L.Jacquet). La tradizione cristiana ha riletto i salmi alla luce
dell'Incarnazione del Verbo, alla luce di Gesù. Il mistero dell'Incarnazione è
perciò la chiave di lettura cristiana dei salmi.
Quando
l'assemblea liturgica canta o recita un salmo, lo fa in quanto comunità
ecclesiale, in quanto corpo di Cristo, in quanto sua sposa prediletta. Essa
manifesta se stessa al Signore, con tutta sincerità con i beni che riceve da
lui, con le sue zone d'ombra e le macchie da cui egli la purifica. E' perciò la
preghiera della Chiesa che si esprime anche attraverso i salmi. Per essa la
Chiesa penetra di più nel mistero della salvezza. Mistero da accogliere oggi
continuamente come un tempo è avvenuto per il popolo di Israele di cui essa è
erede.
6. Che cosa fare
concretamente
Accostiamoci
alla Bibbia e nutriamo la nostra vita spirituale alla sorgente pura della
Parola di Dio, non rinunciamo alla comprensione profonda del testo Lo faremo
con una serie di articoli sui diversi salmi usati nella liturgia sia
eucaristica che delle ore.
Ogni
cristiano è chiamato ad amare e vivere i Salmi. Nella meditazione e nella
riflessione costante si scopre l'arte della vera preghiera e il modo di far
passare i sentimenti dei Salmi nella vita. Praticamente ruminare e assaporare
i sentimenti del salmista cercando di farli propri, di riviverli e di
assimilarli. Poi cercare di scoprire i pensieri che aveva il salmista per
applicarli a se stessi in vista di un profitto personale. In altre parole
trarre dai Salmi quelle idee universali inserite nel contesto concreto del
mondo orientale antico per introdurle nell'esistenza reale di tutti i giorni.
Trasportare nella società di oggi le idee religiose enunciate dal salmista
arricchendole delle realtà e del compimento veterotestamentario.
In poche
parole trattare il Salterio da vero amico a cui si confidano le proprie cose,
in cui si cerca sollievo, conforto, luce, forza...
Oppure, «considerare il Salterio come la fiducia della fidanzata
in Colui che essa ama, il balbettio del bambino con la sua mamma, il libro di
un popolo che vive alla presenza di Dio» (E.Charpentier). Non ci sono tanto
delle idee, nè dei sentimenti, quanto delle sensazioni: c'è la vita semplice e
senza raggiri di un popolo che vive a cuore aperto davanti al suo Dio:
«Signore tu mi scruti e mi conosci;
mi siedo o mi alzo e tu lo sai.
Da lontano conosci i
miei progetti:
Ti accorgi se
cammino o se mi fermo,
ti è noto ogni mio
passo» (Salmo 139,1‑3).
«Il mio corpo per te
non aveva segreti,
quando tu mi formavi
di nascosto
e mi ricamavi nel
seno della terra» (Salmo 139,15).
Il
salterio è il libro di un popolo talmente spontaneo e sincero davanti al suo
Dio, che ciascuno di noi, nel corso dei secoli, vi si ritrova espresso con
tutta la sua interiore esperienza.
Capitolo 2
IL SALMO DELLE DUE VIE (SAL 1)
1. Lectio
I primi due salmi hanno sempre avuto legami molto stretti
fra loro sin dall'antichità, sono come una prefazione all'intero salterio:
vengono con essi presentati dall'inizio sia l'ideale morale del credente (Sal 1)
che la sua speranza messianica (Sal 2).
Sono una introduzione sapienziale e profetica al Salterio.
Il primo salmo infatti con un linguaggio sapienziale offre una "lezione di
vita" completa, dall'A alla Z, perchè il salmo comincia proprio con la
prima lettera dell'alfabeto ebraico "Aleph" e si chiude con l'ultima
lettera "Taw". Il secondo salmo si presenta come una profezia
messianica e introduce quella linea messianica, spina dorsale della Bibbia, che
accompagna in forma lirica tutta la raccolta dei salmi.
Con uno sguardo unitario i Sal 1‑2 e 149‑150
(il Sal 150 è la "somma" dei canti di lode che Israele e tutti i
popoli del mondo devono cantare) cambia l'immagine del re di fronte a Sal 2,1‑9:
il re di Sion chiama i re dei popoli a lasciare la via del male e ad andare
sulla via del bene, assumere e praticare la "sua Torah" (cf Sal 1,2),
cioè i salmi che indicano e che guidano sulla via della sapienza e della
salvezza (cf Sal 138,4).
Il primo salmo viene chiamato da S.Girolamo: la
"prefazione dello Spirito Santo", ed è un degno portale di quella
maestosa "cattedrale della preghiera" quale è il Salterio.
La prima parola del salmo comincia con la prima lettera
dell'alfabeto ebraico, alef, e
l'ultima con l'ultima lettera taw.
Nel NT quando Giovanni dice che Gesù è l'alfa e l'omega, il principio e la fine
dice la stessa cosa. La Parola di Dio che è al centro di questo salmo e Gesù
sono il riassunto della totalità della Legge, quanto bisogna sapere per avere
la vita.
2. Meditatio
Rileggiamo il salmo seguendone la struttura dal punto di
vista del contenuto:
* Prima Parte: vv. 1‑3: l'uomo e la Torah
Dopo la "beatitudine" iniziale si evidenzia (1)
l'aspetto negativo:il ritratto dell'uomo giusto viene introdotto come in altri
salmi di tipo sapienziale con la "beatitudine" del giusto. Seguono
poi tre caratterizzazioni negative dell'empietà che il giusto rifiuta: muoversi
nell'ambiente del male, fermarsi per dare ascolto ai peccatori, stare con chi
bestemmia Dio, ma nel senso più ampio della parola, partecipando alla loro
mentalità. Vengono usati tre verbi in progressione crescente che fanno
risaltare la netta separazione del giusto da ogni contatto con l'ambiente del
male. Il male è visto incarnato in tre categorie di persone. La prima, più
generale, è quella dei "malvagi" che spesso nel libro biblico dei
Proverbi appare in coppia con i giusti e mette in evidenza il motivo della
retribuzione personale nei sapienziali: malvagità non solo nei riguardi degli
uomini ma anche di Dio, come ha molto bene interpretato la traduzione greca
seguita da quella latina, traducendo il termine ebraico con "empio".
La seconda categoria, anche abbastanza generale, quella dei
"peccatori" termine con cui traduciamo una parola che nell'etimologia
ebraica significa "coloro che hanno sbagliato il bersaglio". Infine,
l'ultimo termine, più raro in ebraico, che indica quelli che
"bestemmiano" Dio, cioè lo deridono, ironizzando anche sul suo vero
interesse per gli uomini ma che, oltre questa sfumatura teologica, indica
quelli che, diffamando i fratelli, creano disordine in comunità. Nel v. 2 si
contrappone invece (2) l'aspetto positivo: il giusto non solo evita la
compagnia dei malvagi, dei peccatori e dei bestemmiatori, ma trova anche la sua
gioia, "si compiace" nella sua adesione alla "Torah del Signore".
Il vocabolo "torah" ricorre nel versetto due
volte, quasi per accentuarne la centralità. Non si tratta della Legge intesa in
senso normativo, ma della Bibbia, della Parola di Dio, della volontà di Dio
sull'uomo espressa nel messaggio della rivelazione divina. I termini qui usati
per esprimere l'entusiasmo del salmista per la Parola di Dio sono due: quello
da noi tradotto con la parola "gioia, delizia" e che ha anche la
sfumatura di "progetto, impegno".
E' quella gioia che scaturisce dalla frequentazione
diuturna della torah nel suo significato più genuino di Parola di Dio e di
conseguenza di Legge, come espressione della volontà di Dio.
E l'altro termine è il verbo tradotto con "studia‑medita"
ma che etimologicamente in ebraico ha il significato di "rimuginare"
e che esprime con un'immagine, l'assidua lettura della torah in quanto
coinvolgente tutta la persona di chi vi si dedica. La traduzione greca ha
interpretato diversamente il verbo, nel senso di "si eserciterà",
mentre il latino più vicino all'ebraico ha reso il verbo con
"meditabitur/mediterà". Proprio come in Gs 1,8: "non recederà il
libro di questa legge dalla tua bocca, e mediterai in essa giorno e
notte". Il verbo "meditari" nel latino dei monaci cristiani
antichi significava: "mormorare", "recitare",
"meditare a bassa voce". Si "meditava" anche mentre si
camminava, o si lavorava assieme o per conto proprio. Era quindi normale
conoscere tutto il salterio a memoria. In alcuni paesi per dire che si pregano
"tre rosari" si dice che si prega un "salterio" (150 Ave
Maria = 150 Salmi). Chi non conosce i salmi, recita le avemaria. Fino a
S.Benedetto i monaci hanno sempre recitato un salmo dopo l'altro nell'ordine
con cui si incontrano ora nel salterio. Dopo il Sal 150 si ricominciava dal Sal
1. Tutto il salterio veniva recitato in un sol giorno (sono sufficienti quattro
ore e mezza!). E' probabile che il salterio sia stato scritto come testo di
meditazione piuttosto che come libro di canto. Ci sono diverse linee che vanno
da un salmo all'altro e che è possibile cogliere soltanto se si medita un salmo
dopo l'altro.
Nel v. 3 segue il paragone illustrativo del giusto: c'è un
passaggio improvviso dal linguaggio reale a quello figurato con il famoso
simbolo dell'albero frondoso. Forse la palma. Eccola piantata lungo corsi di
acqua perenne. Anche quando si erge nel deserto isolata o in gruppo, segna la
presenza dell'acqua. Cresce e lancia nelle altezze la sua chioma svettante
quando può affondare le sue radici negli strati più umidi.
Il frutto, i grappoli di datteri d'oro, non può mancare
quando giunge la sua stagione e i rami verdeggianti non conoscono autunno.
Simbolo parlante di buon successo a cui il giusto porta ogni sua iniziativa.
C'è poi di nuovo un passaggio immediato dal linguaggio figurato a quello reale.
Ma probabilmente il salmista parlando dell'albero verdeggiante ha sempre
davanti agli occhi il giusto di cui sta parlando. La parte finale del salmo
"porta al successo tutte le sue opere" per qualcuno farebbe pensare a
un soggetto sottinteso, a Dio. Ma forse è meglio collegarlo con il giusto che
"in tutto ciò che fa, riesce". Ma non si tratta di un successo
puramente umano. Tutta la vita di chi crede acquista un significato, quello
della croce che salva.
* Seconda parte: vv. 4‑5: l'uomo senza la Torah
La seconda parte del salmo è introdotta dall'immagine della
pula‑paglia che fa da parallelo antitetico all'albero frondoso della
prima parte appena illustrato nel v. 3. E' un contrasto potentissimo. I malvagi
e gli empi, già descritti nella prima parte, come malvagi, peccatori,
bestemmiatori non hanno in se stessi alcuna consistenza. Quando la giustizia di
Dio li colpisce sono trascinati via come paglia in balia del vento quando il
contadino sull'aia vaglia il grano. Questa immagine della pula non è nuova nel
linguaggio biblico e verrà ripresa anche dal NT nell'annuncio del giudizio di
Cristo fatto da Giovanni Battista. "Egli ha in mano il ventilabro, per
pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la
brucerà con fuoco inestinguibile" (Lc 3,17).
Segue un paragone illustrativo del malvagio e la sua
descrizione. Al centro di questa seconda parte c'è il verbo
"risorgere" con le tante possibilità di interpretazione del verbo
ebraico, o quella reale di carattere "giudiziale", nel senso cioè di
alzarsi per difendersi o quella escatologica, quando gli empi non risorgeranno
e "saranno condannati in giudizio". Forse è questo il vero
significato, quello del giudizio di Dio per i malvagi che però inizia già in
questo mondo. Secondo la teologia dell'AT Dio non aspetta il giudizio ultimo e
definitivo per premiare il giusto e per punire il malvagio. Come sembra dire
questo v. 5 i peccatori verranno esclusi, scomunicati dall'assemblea dei
giusti, cioè di quelli che detestano il male e anche chi lo compie vivendo in
una continua adesione alla Parola di Dio.
Il versetto conclusivo ci offre il senso dei due quadretti
contrapposti: il Signore sa, conosce (nel senso semitico di amare!) e perciò
protegge la via (cfr. Parole‑chiavi)
dei giusti ed è sempre pronto ad intervenire, se è necessario, in loro
soccorso. Mentre la via dei peccatori ha in se stessa elementi di disgregazione
e di rovina, per cui non occorre che intervenga il giudizio di Dio. Dio è la
fonte della vita: chi si allontana da lui si destina alla morte.
3.Oratio
Una prima linea di rilettura cristiana di questo salmo è
data senza alcun dubbio dalle "beatitudini" del Regno pronunciate da
Gesù all'inizio della sua missione e di cui conserviamo la redazione di Matteo
e di Luca. Il racconto di Luca conserva anche la parte dedicata alle
maledizioni (Lc 6, 20‑26).
L'immagine poi dell'albero buono e dell'albero cattivo che
danno frutti buoni o cattivi è anche frequente sulle labbra di Gesù: basti
pensare a Mt 7. Nel Vangelo di Giovanni si dice che Gesù si è paragonato a una
vigna fruttuosa. Gesù è colui che ha messo in pratica più di qualsiasi altro il
contenuto di questo salmo: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha
mandato" (Gv 4,34). E la beatitudine di chi ascolta la parola e la mette
in pratica è riservata a Maria di Nazaret: "Beati piuttosto coloro che
ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28). E Gesù si
presenta ai suoi discepoli come: "Via, Verità e Vita" (Gv 14,6).
4. Actio
Per il salmista il giusto trova la sua gioia nella Parola
di Dio, ritrova la sua identità e quindi il suo diletto in questo rapporto
stretto con la Torah del Signore. E' un rapporto continuo, "giorno e
notte", abbraccia tutta la vita di colui che prega. Solo nella Parola di
Dio l'orante trova un significato pieno per la sua vita. Questo rapporto con la
Parola avviene nel contesto della comunità, dell'assemblea di tutti coloro che
si nutrono notte e giorno di questa Parola. Perciò saggiamente gli antichi
suggerivano come fase importante della "lectio" la cosiddetta
"collatio", il momento in cui ogni membro della comunità dona al
proprio fratello qualcosa della ricchezza che le ripercussioni della Parola ha
prodotto in lui.
La prima parola dell'evangelo del Regno promulgato da Gesù
sulla montagna è la stessa che apre il Sal 1: "beati...". L'immagine
dell'albero che dà buoni frutti è stata ripresa molte volte da Gesù e dagli
scrittori del NT.
Dopo questo primo salmo sulla "Parola di Dio"
seguirà una "Liturgia Regale" che è il secondo salmo e una "Preghiera
di implorazione" (del mattino) che è il terzo salmo. C'è differenza fra i
tre salmi ma anche compenetrazione e concatenazione molto forte. Basti pensare,
per esempio, come vedremo che l'inizio del Sal 1: "beato..." e la
fine del Sal 2: "beato..." si richiamano a vicenda. Che dopo Sal 1,2:
"il giusto mormora la Torah" viene Sal 2,1 in cui si dice che
"mormorano le nazioni". Il Sal 1 si conclude con l'immagine della
"via" e nel Sal 2 i popoli sono avvertiti di andare sulla retta
"via".
Penso che non sempre è facile comprendere alcuni salmi e
perciò sintonizzarsi con essi. Sia per il loro significato biblico che nella
loro applicazione al mistero di Cristo e per la trasformazione in preghiera e
vita cristiana. Il primo obbligo che abbiamo come pastori e ministri è quello
di aiutare la comunità ecclesiale ad avere una opportuna catechesi sui salmi
dato il loro grande uso nella Messa e nella Liturgia delle Ore. Soprattutto
dobbiamo «insegnare loro ad attingere da questa partecipazione un autentico
spirito di preghiera, e perciò con una idonea formazione li guidino a
comprendere i salmi in senso cristiano, in modo da condurli a poco a poco a
gustare e a praticare sempre più la preghiera della Chiesa» (Principi e Norme
per la Liturgia delle Ore 23).
Capitolo 3
IL SALMO 3: IL LAMENTO
DI UN CREDENTE PERSEGUITATO
1.
1
Salmo di Davide. Si riferisce a quando fuggiva,
inseguito dal figlio Assalonne.
2
Quanti, Signore, i miei nemici!
Quanti
insorgono contro di me!
3
Troppi di me vanno dicendo:
«Nemmeno
Dio viene a salvarlo».
4
Ma tu, Signore, mio scudo nel pericolo,
mi
dai la vittoria, sollevi il mio capo.
5
Se grido al Signore, mi risponde
dal
monte del suo santuario.
al
mattino mi sveglio sereno:
il
Signore mi protegge.
7
Non temo migliaia di nemici
accampati
contro di me da ogni parte.
8
Sorgi, Signore; salvami, o Dio!
tu
colpisci in faccia i miei nemici
e
abbatti la forza dei malvagi.
9
Tu puoi salvare, Signore,
tu
benedici il tuo popolo.
Dopo il «grande
portale» della «cattedrale della preghiera», i Salmi 1-2, il Sal 3 inizia la
serie di una collezione di salmi «di Davide» (Sal 3‑41). Il racconto di
2 Sam 15‑16 ci presenta uno dei momenti più difficili dell'esistenza di
Davide: deve far fronte alla rivoluzione capeggiata dal figlio Assalonne. Il
volto del salmista sembra il volto sconvolto di Davide, come ci riferisce il
titolo che la tradizione giudaica ha attribuito al salmo.
Il v. 6
dice: «Mi corico e m'addormento; al mattino mi sveglio sereno: il Signore mi
protegge». Queste parole fanno pensare a una preghiera mattutina in cui il
salmista ritrova la serenità dopo il lamento del giorno precedente per essersi
sentito perseguitato. Mentre il salmo successivo, il Sal 4, potrebbe essere
invece una preghiera vespertina con un tono di serena fiducia in Dio: «Tu
solo, Signore, mi dai sicurezza: mi corico tranquillo e mi addormento» (v. 9).
E' probabile che questo salmo fosse all'inizio una richiesta di aiuto a Dio
sostenuta da una forte affermazione di fiducia in Lui che fu poi interpretata
come parte della storia di Davide quando entrò a far parte della collezione
davidica ed allora venne aggiunto il titolo che ora leggiamo:
«Salmo di Davide. Si
riferisce a quando fuggiva, inseguito dal figlio Assalonne».
2. Un giusto
perseguitato
Subito dopo
il titolo, a carattere storico, il salmo inizia con una breve
Invocazione. Guardandosi attorno, il salmista si vede circondato da un
gran numero di nemici ed esprime la sua preoccupazione e la sua
angoscia gridando: «Signore». Vede la sua situazione così disperata che neppure
Dio riuscirebbe a salvarlo (vv. 2‑3).
Il cuore del
salmo è un'affermazione di fiducia.
Infatti l’orante non perde la calma e il coraggio. Tra lui e i suoi nemici egli
avverte la presenza di Dio come una difesa, come uno scudo Dio è per lui garanzia
di protezione e di successo, come una nube luminosa. Il salmista con l'aiuto di
Dio è sicuro della sua prossima vittoria.
Ormai ristabilito e al sicuro, egli passa a raccontare la sua esperienza e la
sua riconquistata fiducia nel Signore. Il Signore non è insensibile. Anche se
abita in cielo e sul monte Sion per cui sembra inaccessibile, non lascia senza
risposta chi invoca il suo aiuto. Proprio per questo, nonostante l'assedio di
tanti nemici, l’orate può trascorrere le sue giornate tranquillamente, al
termine della giornata addormentarsi tranquillo e risvegliarsi al mattino con
la serena fiducia di chi è sicuro da ogni pericolo.
Dopo una breve invocazione ad intervenire efficacemente in
suo favore, continua: «Tu colpisci in faccia i miei nemici, e abbatti la forza
dei malvagi». Nel giro di pochi versetti si assiste al passaggio da un senso di
tragedia, all'inizio del salmo, all'affermazione coraggiosa della sicurezza
del salmista, al sicuro dietro allo scudo di Dio, alla descrizione del sonno
placido in braccio a Dio (vv. 4‑7).
La conclusione del salmo è una benedizione finale invocata sulla comunità.
Ha ragione
quindi il salmista di rivolgersi a tutti i fedeli ed esclamare solennemente:
«Tu puoi salvare, Signore, tu benedici il tuo popolo!» (vv. 8‑9).
«8 Sorgi,
Signore; salvami, o Dio!
tu colpisci in faccia
i miei nemici
e abbatti la forza dei
malvagi.
9 Tu puoi salvare,
Signore,
tu benedici il tuo
popolo».
3. Come un cristiano
puó leggere il salmo 3
Il Sal 3 si
presenta anche per il cristiano come una delle più belle preghiere di fiducia
in Dio. Anche nelle prove più dure e nelle sofferenze più atroci il ricordo di
Dio e la confidenza in Lui possono essere di grandissimo conforto.
Un'eco del
v. 3b: «Nemmeno Dio viene a salvarlo!» lo troviamo nel NT in Mt 27, 40‑43:
«e dicevano: “Volevi distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni! Se tu
sei il Figlio di Dio, salva te stesso! Scendi dalla croce!”...”Ha sempre avuto
fiducia in Dio e diceva: Io sono il Figlio di Dio. Lo liberi Dio, adesso, se
gli vuole bene!». E' lo stesso atteggiamento espresso dal salmo e la citazione
è ricavata anche da Sap 2, 18‑20. Gesù resta nella storia come il più
grande perseguitato e il più grande salvato dal Padre. Come ha detto Egli
stesso, continua ancora nella Chiesa ad essere abbandonato dai suoi discepoli e
perseguitato dai suoi avversari ma continua anche a trionfare sugli uni e sugli
altri.
Si può forse
ricordare l'importanza che ha avuto la traduzione greca dei LXX del v. 6
nell'influenzare il NT. Alcuni verbi utilizzati dal greco in questo versetto
corrispondono in italiano o ad «addormentarsi», usato nel NT per indicare la
morte, per es. a proposito dei morti che risuscitano dopo la fine di Gesù o a
proposito della morte di Lazzaro, o di quella di Stefano negli Atti degli
Apostoli. Un altro verbo greco che corrisponde a «svegliarsi» è usato da Paolo
in 1 Cor 6, 14 riferito alla risurrezione. Un altro verbo ancora all'
«accoglienza», alla «presa» da parte di Dio del Figlio suo nella risurrezione e
nell'ascensione.
E' molto
bella la rilettura cristiana che Agostino
fa del Sal 3:
«...E'
evidente che non lo avrebbero ucciso, se avessero avuto fiducia nella sua
risurrezione. Questo significano le parole: "discenda dalla croce se è
Figlio di Dio"; e: "ha salvato gli altri, non può salvare se
stesso". Neppure Giuda dunque lo avrebbe tradito, se non fosse stato nel
numero di coloro che disprezzavano Cristo, dicendo: "non c'è salvezza per
lui nel suo Dio".
...Si può osservare
che non senza ragione è detto Io, per
fare intendere che di sua volontà (il Cristo) ha sopportato la morte, conforme
alle parole: "per questo il Padre mi ama, perché io dò la mia vita per
riprenderla poi. Nessuno me la toglie; ho il potere di darla, ed ho il potere
di riprenderla". Per questo motivo egli dice: voi non mi avete preso e
ucciso quasi contro la mia volontà, ma "io ho dormito e ho preso sonno, e
mi sono levato".
...La pena dei nemici è dunque di avere i denti spezzati:
cioé sono ridotte senza vigore e quasi in polvere le parole dei peccatori che
con le maledizioni fanno a brani il Figlio di Dio; per denti s'intendono così
le parole ingiuriose. Di questi denti l'Apostolo dice: 'ma se vi mordete l'un
l'altro, badate a non distruggervi a vicenda'.
...Tu colui che rialza il mio capo: proprio quello stesso
che, primogenito dai morti, salì al cielo».
4. Abbandonarsi nelle braccia di dio
Il Salmo 3
assieme al 4 che seguirà subito dopo presenta la preghiera come un atto di
abbandono in Dio. Un abbandono pieno di pace necessario soprattutto nelle
tentazioni, nelle prove, nelle difficoltà della vita. A Dio è riservata la
vittoria: l'uomo che si abbandona a Dio, lascia fare a Lui soprattutto nei momenti
difficili. L'uomo si abbandona a Dio perché questi lo protegga, specie dai
nemici, quei nemici che lo opprimono da ogni parte. Alla loro violenza l'orante
del Sal 3 oppone un riposo sereno nelle braccia di Dio. Più grande sarà
l'abbandono più grande sarà la protezione del Signore.
Capitolo 4
LA PREGHIERA DEL
MATTINO: il salmo 5
1
Per il direttore del coro. Con flauti. Salmo di Davide.
2
Ascolta, Signore, le mie parole;
accogli
il mio lamento.
3
Non senti il mio grido,
tu,
mio re e mio Dio?
A te
mi rivolgo, Signore.
4
Al mattino tu ascolti la mia voce,
all'alba
ti presento il mio caso
e
aspetto la tua risposta.
5
Tu non sei un Dio che gode del male,
accanto
a te non trova posto il malvagio.
6
Tu non vuoi la presenza dei superbi,
detesti
tutti i malfattori.
7
Tu distruggi chi dice falsità,
disprezzi
chi inganna o uccide.
8
Ma grande, Signore, è la tua bontà:
io
sono accolto nella tua casa
con
fede ti adoro nel tuo santuario.
9
Molti mi sono nemici, Signore:
guidami
nel sentiero dei tuoi voleri,
appiana
davanti a me la tua strada.
10
I miei avversari dicono il falso,
le
loro intenzioni sono maligne;
la
loro bocca è una trappola
che
attira con dolci parole.
11
Ma tu condannali, o Dio;
cadano
vittime dei loro stessi imbrogli;
cacciali
via, lontano da te.
Il
male che hanno fatto è grande:
contro
di te si sono ribellati.
12
Ma si rallegrino e sempre cantino di gioia
quelli
che a te si appoggiano.
13
Trovino in te felicità e protezione
tutti
quelli che ti amano.
14
Tu, Signore, benedici i giusti,
come
scudo li protegge il tuo amore.
1. Il salmo 5 é un paradigma del bisogno di giustizia
«Ci
impressiona un'invocazione a Dio fatta con parole così forti, quasi con tutta
la scala dei toni umani originari. Ci pare esagerata, anche se non irreligiosa.
Per noi la religiosità è divenuta sinonimo d'una disposizione d'animo ben
temperata, caratterizzata da un'imperturbabilità priva di contrasti, dalla repressione
e eliminazione di tutti gli affetti forti. Perciò ci siamo abituati a un
linguaggio di preghiera in cui non si grida più, ma tutto viene avvolto dalla
mediocrità» (Ebeling). Il tono del lamento attraversa tutto questo salmo,
recitato al mattino, nel tempio.
Il sofferente che soffre ingiustamente
grida a Dio, questi interviene con la sua bontà, cambia la situazione, e colui
che prima soffriva, una volta riabilitato, innalza a Dio il suo canto di lode e
di ringraziamento.
Trovo
efficace cogliere la concentrazione di motivi simili che tengono unito questo
salmo agli altri dello stesso gruppo dei Sal 3‑7:
(1)
La supplica all'ascolto: «ascolta la
mia preghiera» (4,2); «accogli il mio lamento» (5, 2); «guariscimi,
io sono sfinito» (6, 3).
(2)
L'ascolto: «quando l'invoco, lui mi
risponde» (5, 4); «il Signore ha udito il mio lamento» (6, 9).
(3)
Il variegato motivo del mattino: «mi
corico tranquillo e mi addormento» (4, 9); «al mattino tu ascolti la mia voce»
(5, 4); «passo le notti nel pianto» (6, 7).
(4)
La descrizione dei nemici: «chi dice
falsità...chi inganna o uccide» (5, 7); «sono stanco di tanti avversari» (6,
8); «...se ho protetto un ingiusto oppressore...sorgi contro la furia degli
avversari» (7, 5.7).
(5)
La condanna della menzogna nei
riguardi dei nemici: «voi che seguite falsi dèi...fino a quando mi
insulterete?» (4, 3); «tu distruggi chi dice falsità, disprezzi chi inganna o
uccide» (5, 7).
(6)
Il tema della giustizia: «offrite
sacrifici di giustizia» (4, 6); «Signore tu benedici il giusto» (5, 13).
(7)
La bontà del Signore: «ma io per la
tua grande misericordia...» (5, 8); «...salvami per la tua misericordia» (6,
5).
Tra il salmo del «povero» che è il
Sal 4 e la preghiera «del malato» che è il Sal 6 si situa questo salmo 5 che
appare come il paradigma del bisogno di
giustizia.
2. Il salmo 5 come la preghiera del mattino
Il Sal 5 è un salmo di
lamento come il Sal 3 ma di tono più calmo come nei salmi di fiducia. Mentre il
Sal 3 passa da una profonda disperazione a un'alta sicurezza basata
sull'immediata esperienza personale del soccorso divino, il Sal 5 parte da un
punto meno basso e si snoda con un pathos meno sentito e giunge alla certezza
del soccorso fondata sul principio generale del modo di procedere di Dio:
salvare i buoni, condannare i malvagi. Malizia, delitto, inganno (vv. 5‑7.
10‑11) non possono trovare credito presso Dio.
All'inizio
il salmista si rivolge direttamente a Dio indirizzandogli una preghiera di
ascolto e chiedendo che gli giunga il suo gemito. L'invocazione iniziale è in
forma di preghiera in cui i vocativi: «Signore...,...mio re e mio Dio» danno il
tono della calma e un senso di intima fiducia che lega l'orante al suo Dio (vv.
2‑3a).
Il
salmista si presenta poi a Dio come chi lo prega subito al mattino, come prima
azione della giornata, e al risveglio si prepara per l'azione liturgica davanti
a lui, gli fa sentire la sua voce e spia la sua faccia aspettando un segno
della sua bontà che in fondo significa esaudimento (vv. 3b‑4).
Il Signore esaudirà il salmista
perché è giusto e presso di lui trovano rifugio i giusti; per questo i suoi
nemici, arroganti e superbi non possono ardire di presentarsi davanti a lui.
L'orante invece può venire ad adorare Dio nel suo santuario. Chi fa il male
non può essere ospite di Dio. Il Signore non può tollerare gli orgogliosi ed è
contro i malvagi (vv. 5‑7).
Ma poiché la bontà del Signore è
infinita il salmista può entrare nella sua casa, calcare gli atrii del
santuario e fare adorazione prostrandosi fino a terra nel timore di Dio, cioè
nell'esercizio costante della religione che egli professa nei riguardi di Dio.
E' chiara per il salmista la situazione di Dio in favore del fedele contro i
suoi nemici. Ormai può provocare l'intervento diretto di Dio nella seconda
parte del salmo (v. 8).
L'orante non prega Dio che gli
faccia giustizia, come avviene in altri salmi; ma implora da lui che lo guidi
nella sua giustizia, mettendola in opera per lui. Richiede quindi un atto di
intervento diretto con il quale siano smascherate e stroncate le insidie dei
suoi nemici. Quella giustizia che il salmista ha appena presentato come
caratteristica di Dio deve essere tradotta ora concretamente contro quelli che
lo vogliono eliminare. Perciò chiede anche al Signore di appianargli la strada.
Il termine ebraico yashar non
significa solo raddrizzare il sentiero contorto ma anche e specialmente
rendere la strada piana liberandola da fosse, inciampi, insidie in modo da
rendere sicuro il cammino (v. 9). L'accenno alle insidie dei nemici richiama di
nuovo alla fantasia del poeta i nemici che agiscono contro di lui e dal suo
animo agitato scaturisce un'accusa implacabile. Il cuore dei suoi avversari è
un abisso insondabile (v. 10). Il salmista dopo la preghiera per sè e l'accusa
contro i nemici chiede a Dio appassionatamente di mettere in chiaro la loro
colpevolezza e perciò di sottoporli al castigo: i loro delitti e i loro
intrighi contro i buoni costituiranno la loro stessa rovina. Le colpe sono
tante, le loro ribellioni così gravi che Dio non deve avere più alcun riguardo
(v. 11). Alla fine i buoni avranno ragione di dire: mettendoci dalla parte di
Dio non ci siamo ingannati. Dio non ci ha abbandonati, è intervenuto. Dio non
può disinteressarsi di loro, li deve proteggere perché hanno posto sempre la
loro compiacenza nel suo Nome Santo. Naturalmente il più grato a Dio è il
salmista (vv. 12‑13). Con il racconto delle meraviglie operate per lui
dal Signore, potrà accrescere la fedeltà e l'entusiasmo di tutti i buoni (v.
14).
3. Come rileggere da
cristiani il salmo 5
Alcuni testi paralleli,
specie del NT, ci guidano in una lettura cristiana di questo salmo. Certamente
il testo di
I
padri della Chiesa hanno commentato molto questo salmo, soprattutto il v. 4.
Mentre Cirillo Alessandrino scriveva:
«l'anima deve prevenire il sole per lodare Dio ed ottenere misericordia,
adorando in spirito e verità», Gregorio
Nisseno vedeva il mattino come il momento della purificazione dell'anima e
dava di tutto il salmo una spiegazione mistica: l'anima caduta dal suo stato di
grazia nella notte del peccato effonde la preghiera per potere di nuovo udire
la parola di Dio.
E Dhouda: «Quando, al mattino, Dio
aiutando, tu ti alzi, o nell'ora in cui Dio te lo concede, preghi: “Mio re e
mio Dio, sorgi, soccorrimi, intendi il mio grido, perché è verso di te che io
prego. Esaudisci questa mattina il mio grido, fammi sorgere e sii attento al
mio giudizio, assistimi oggi nella mia causa, o mio Dio"».
4. «Tu benedici il
giusto e lo proteggi come uno scudo!»
La conclusione risulta da
tutto il salmo ed è l'insegnamento morale che si ricava da tutto l'insieme: «Tu
benedici il giusto e lo proteggi come uno scudo!» La legge generale sul comportamento
di Dio, vindice della giustizia, a cui ogni fedele israelita tiene moltissimo
come fondamento di tutta la sua religiosità e moralità è stata confermata
ancora una volta in colui che ha innalzato questa preghiera.
Capitolo
5
UN INNOCENTE ACCUSATO INGIUSTAMENTE
SI APPELLA ALLA GIUSTIZIA DI DIO: SALMO 7
Un’invocazione a Dio
Liberami da chi mi insegue!
3 Salvami, prima che egli mi afferri
e, come un leone, mi sbrani senza scampo.
Giustificazione di chi prega
4 Signore, mio Dio, se ho agito male,
se la mia mano ha offeso qualcuno,
5 se ho tradito chi mi ha fatto del bene,
se ho protetto un ingiusto oppressore,
6 il nemico mi insegua e mi raggiunga,
mi schiacci fino a terra
e trascini il mio onore nella polvere.
Appello al giudizio divino
7 Alzati indignato, Signore,
sorgi contro la furia degli avversari,
corri a difendermi, rendimi giustizia.
8 Raduna davanti a te tutti i popoli,
presiedi dall'alto la loro assemblea.
9 Signore, giudice del mondo,
dichiara la mia giustizia,
proclama la mia innocenza;
10 fa' cessare la malizia dei malvagi,
dà sicurezza agli uomini giusti:
tu che scopri i pensieri più nascosti,
tu che sei un Dio giusto!
Un motivo di fiducia
egli salva chi ha il cuore sincero.
12 Dio è un giudice giusto:
ogni giorno castiga i colpevoli.
L’intervento
di Dio
13 Se non si convertono, affila la spada,
tende l'arco e prende la mira,
14 prepara strumenti di morte
e lancia frecce di fuoco.
Lo scacco del nemico
15 Ecco, sono pieni di malvagità:
concepiscono menzogna, partoriscono
violenza.
16 Fanno una buca, la scavano profonda,
ma sono loro a cadere nella fossa.
17 Contro di loro si ritorce l'inganno,
sulla loro testa ricade la violenza.
La promessa
finale
18 E io loderò la giustizia del Signore,
a lui, l'Altissimo, canterò inni.
1.
Il
salmo nel suo contesto originario
Il sal 7 è un lamento individuale, come i precedenti
salmi (dal 3 al 6), un appello caloroso a Dio perché intervenga a
salvare l’orante perseguitato.
Porta a termine
un gruppo di preghiere per alcuni bisogni in forma paradigmatica (sal 3‑7): la supplica di un povero del sal 4, una persona
bisognosa di giustizia del sal 5, la preghiera di un malato al sal 6 e riconosce nel Signore il supremo garante
del diritto e della giustizia:
«E io loderò la
giustizia del Signore, nel nome dell'Altissimo, canterò inni» (sal 7,18).
Il «canto notturno»
del sal 8 che segue prenderà la metafora del tempo dai sal 3‑7. La «lode
nel nome dell'Altissimo» promessa in 7,18 troverà il suo compimento nell'Inno
di lode del sal 8.
Quello che
concretamente nella vita dell'innocente perseguitato viene oltraggiato, il suo
onore (sal 7,6) e il suo stato sociale (sal 7,10) viene universalizzato nella
sua radicalità dal sal 8: l'onore e la dignità dell'uomo (sal 8,6) e la
stabilità dell'ordine cosmico (sal 8,4).
2. Il
significato religioso del salmo
I nemici stringono il salmista da
tutte le parti, gli stanno alle calcagna
e sono lì lì per raggiungerlo. Smarrito, il salmista grida: «Signore».
Ma se qualcuno
pensasse che egli ha agito male, ha tradito chi gli ha fatto del bene, per salvarsi
da un simile pericoloso sospetto e mettere in chiaro la sua situazione, il salmista cerca di
giustificarsi. E’ innocente; è falsa l'accusa che viene lanciata contro di lui, e mostra a Dio la sua sicurezza e la certezza della sua innocenza con una specie di giuramento.
Come in Gb 31,5‑40.
Chiamando Dio a voce alta perchè voglia
ascoltare riprende: «Signore mio Dio, se
ho agito male, se la mia mano ha offeso qualcuno...». Se
di questo è colpevole o di
delitti di tale gravità, egli è
disposto ad arrendersi al suo nemico.
Allora il salmista
si rivolge a Dio con rinnovata
passione, sapendo di poter fare appello all'interesse stesso di
Dio: «Dio è un giudice giusto: ogni giorno castiga i colpevoli». Il
perseguitato chiede di essere giudicato secondo la sua
giustizia e l'innocenza che sta per lui. Giustizia e
innocenza (v. 9), sono gli avvocati dell'orante! Esse da sole
basteranno a tener testa ai suoi
calunniatori e avversari.
Dio saggia i reni
e cuori, nulla gli è nascosto, né lo si può ingannare tentando di far
apparire bene il male e male il bene! Appena Dio scorge sulla
terra qualche ingiustizia si
agita, s'adira e interviene. Il salmista
ha partita vinta e può guardare tutto
quasi con indifferenza. Il nemico è vittima delle sue armi.
Infatti l'avversario cade per le sue stesse armi.
Scava la fossa in
cui far cadere la sua vittima,
ma nella manovra lui stesso vi precipita dentro. L'animo del giusto si
è placato. Il nemico è prostrato; la
giustizia di Dio ha prevalso.
Ora il giusto
pensa al suo debito verso chi lo ha salvato e gli testimonia la
sua riconoscenza: «Loderò la
giustizia del Signore».
Mentre prima
(vv. 4‑6) il salmista
protestava la sua giustizia personale,
ora che essa è stata riconosciuta
da Dio per mezzo della giustizia
divina, si sente in dovere di celebrare
ed esaltare questa giustizia che l'ha vendicato. Così, ricamando ancora
il tema della giustizia, si
chiude il salmo come un motivo musicale
termina normalmente sulla nota fondamentale.
3. Il tema centrale del salmo è la giustizia di
dio,
che
deve riconoscere e far trionfare la giustizia del salmista contro i suoi
nemici.
Ricorrono nel salmo alcune parole-chiavi:
giudice, scudo, malvagio.
Giudice: riferito a Dio significa: sentenziare e
fare giustizia.
Il giudice indaga, esamina la causa dell'accusato, si alza ed emette il
verdetto di assoluzione e di condanna delle parti in causa. Si dà luogo
all'esecuzione della sentenza. Il salmo
presiedi dall'alto la loro assemblea».
L'accusato propone un giuramento di innocenza nei vv. 4‑6:
«4 Signore, mio Dio, se ho agito male,
se la mia mano ha offeso qualcuno,
5 se ho tradito chi mi ha fatto del bene,
se ho protetto un ingiusto oppressore,
6 il nemico mi insegua e mi raggiunga,
mi schiacci fino a terra
e trascini il mio onore nella polvere».
Accusa i suoi
avversari nel v. 15:
« Ecco, sono pieni di malvagità:
concepiscono menzogna, partoriscono
violenza».
Il giudice inizia
il processo ed accerta la verità nei vv. 7 e 10. Il verdetto sancisce poi
l'assoluzione dell'innocente e la condanna del colpevole. C'è la confessione e
la proclamazione della giustizia di Dio giudice.
Scudo: è un titolo con cui i salmisti chiamano
Dio 15 volte nel salterio ed indica con un'immagine militare molto efficace, la
protezione da parte di Dio per chi si rifugia in lui.
Malvagio: si trova sempre in contrapposizione a
«giusto». Tutto il dramma dei salmi si svolge attorno a queste due grandi
figure: il giusto e il malvagio. A. Chouraqui li descrive così: «I due attori
di questo duello, alle frontiere della vita e della morte e che si affrontano
dal principio alla fine sono l'Innocente e il Ribelle. Entrambi dicono no. Uno
rifiuta la via della luce; l'altro le tenebre. Uno dice no all'iniquità del
mondo; l'altro all'eternità di Dio». I malvagi nei salmi sono presentati come
i «peccatori» o gli «artefici del male». I malvagi ignorano le esigenze
elementari della giustizia. Accusano ingiustamente e opprimono il povero e il
debole. Di fronte a Dio sono autosufficienti e rifiutano di cercarlo, perciò
sono anche empi.
4. Come il cristiano prega questo salmo
A proposito di
Gesù un documento del Nuovo Testamento si esprime così: «...rimetteva la sua
causa a Colui che giudica con giustizia» (
Sull'esempio di
Gesù si fonda la preghiera del cristiano per la sua sofferenza innocente.
Questo
«giuramento di innocenza» presente nel Sal 7 alcuni Padri lo pongono sulle
labbra di Gesù.
L'orante è Cristo
che prega nella sua passione.
Questo salmo
ricorda poi al cristiano che Dio è all'inizio di ogni sua attività e alla fine
dei tempi sarà il suo giudice per il bene o per il male.
Il sal 7 ci aiuta
a capire che per vincere i nemici della Chiesa bisogna affidarsi a Dio e
rimettere tutto nelle sue mani come ricorda Paolo: «Non fatevi giustizia da voi
stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina. Sta scritto infatti: A me
la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario, se il tuo
nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo,
infatti, ammasserai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere
dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,19‑21).
Il salmo invita,
come suggerisce Agostino, a rallegrarsi se Dio, nella sua sapienza infligge
ogni giorno ai cattivi dei castighi di carattere educativo per spingerli alla
conversione.
Il giusto trova
in Dio la sua ricompensa e il malvagio trova nella sua stessa
«Beati voi quando
vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male
contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la
vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di
voi» (Mt 5,11.12).
5. Dal salmo 7 al salmo 9 è come una catena di lode
Al signore che libera l’innocente
Il salmo che abbiamo letto descrive la
liberazione dal male e dalla sofferenza, un recupero di credibilità da parte
di una persona accusata ingiustamente dalle false accuse di alcuni membri del
gruppo a cui appartiene dopo una viva dichiarazione di innocenza (come il sal
17 e 26).
Dio interviene,
ascolta la preghiera e rende giustizia a colui che lo prega con fiducia. Forse
nel momento in cui il salmo 7 è stato inserito nell'attuale collezione ne è
stato ampliato l'uso ed ha assunto un carattere comunitario.
Non solo, ma la sua conclusione, sal 7,18:
«Loderò il Signore per la sua giustizia
e canterò il Nome di Dio, l'Altissimo»
Il successivo, più celebre, salmo 8
si apre e si chiude con la frase:
«O Signore, nostro Dio,
quanto è grande
il tuo Nome
su tutta la
terra» (sal 8,2.10).
Inoltre l'augurio
della finale del sal 7 viene ampliato attraverso l'inizio di un canto di ringraziamento
nel sal 9 che è qualcosa di più di un semplice riferimento al Nome del sal 8.
«Ti loderò Signore con tutto il cuore
e annunzierò
tutte le tue meraviglie.
Gioisco in te ed
esulto.
Canto inni al tuo Nome, o Altissimo» (sal
9,2‑3).
Dal corsivo si può rilevare come
l'inizio del sal 9 si ricongiunge attraverso il sal 8 anche alla finale del
sal 7.
Capitolo
6
DIO‑COSMO‑UOMO,
COS'È L'UOMO PERCHÉ TI RICORDI
DI LUI,
L'ESSERE UMANO PERCHÉ DI LUI TI
CURI?
|
1. Grandezza dell'uomo e bontà di Dio
1 Per il direttore del coro. Sulla melodia
de "I torchi".
Salmo di Davide.
hai costruito una fortezza 4 Se
guardo il cielo, opera delle tue mani,
Tutto
hai messo sotto il suo dominio: |
UN INNO DI LODE AL SIGNORE
DIO DELL’UNIVERSO
Il
salmo 8 appartiene al genere letterario degli «Inni». La caratteristica
principale di questa famiglia di salmi è la lode di Dio. Una lode gratuita e
disinteressata che può essere motivata o da ciò che Dio è in se stesso o da
ciò che egli ha fatto per il popolo d'Israele.
Uno
schema abbastanza comune che si può riconoscere in questo tipo di Salmi si
articola in tre parti:
‑
introduzione o invito alla lode;
‑
sviluppo, introdotto, in genere, dal ki / «perché», il quale indica le
motivazioni della lode;
‑
conclusione, nella quale, spesso, si
riprende l'invito iniziale alla lode.
Il
salmo si apre e ci chiude (v.2 e v.10) con una lode al nome di Dio «grande è
il tuo nome su tutta la terra». Il “nome” di una persona è la
persona stessa. Ci troviamo di fronte a un Inno, con due quadri simmetrici: da
Dio, al cosmo, all’ uomo; dall’uomo, al cosmo, a Dio. Un ritornello apre e
chiude.
L'inclusione
«O Signore, nostro Dio, grande è il tuo nome su tutta la terra» (v.2.10) determina
il tema d'insieme del Salmo. Nello stesso tempo però, in maniera paradossale,
il centro del Salmo (v.5) parla della grandezza dell'uomo che Dio corona di
gloria. Allora ci si può chiedere: si tratta della grandezza di Dio o della
grandezza dell'uomo?
E’
notte. In Oriente, qualcuno contempla il cielo e rimane sorpreso! Parla con
Dio: loda la sua potenza, più alta e più forte di tutto. Poi guarda la luna e
le stelle e sempre parlando medita sull’uomo:
da una parte lo vede tanto piccolo da stupirsi che il Signore si impegni
con lui e si prenda cura di lui;
dall’altra riconosce che il Signore stesso ha dato all’uomo una dignità
sorprendente: perché l’ha fatto poco meno d’un essere divino, l’ha reso sovrano
dell’intero creato... Ad alta voce e sorpreso, il salmista loda la bellezza del
mondo, il segreto dell’uomo, il mistero di Dio. E questa non è solo
un’espressione di sentimenti commossi o di pensieri profondi: ma è una reale
preghiera.
ED ECCO
UN’ ANALOGIA CON
E’
possibile tracciare un parallelo tra la situazione originaria del Salmo e una
eventuale situazione del lettore e dei lettori di oggi. In tal modo l’analogia
indica le grandi vie per una attualizzazione, cioè la premessa per ogni
meditazione o catechesi.
Anche per me un panorama
sorprendente può essere come un forte stimolo che mi porta a meditare sulla
realtà del mondo tanto più grande di me…, eppure inferiore a me. Anzi, quel
panorama è come un potente richiamo: mi invita a parlare con Dio, a dirgli che
io non posso non ammirare la sua misteriosa infinita potenza e insieme la sua
sorprendente vicinanza; che io riconosco la mia piccolezza e insieme lo
ringrazio per la mia grandezza. Così,
attraverso simili sentimenti e pensieri, anch’io prego.
Il
primo sentimento immediato, spontaneo, che scaturisce dalla lettura e dalla
meditazione del salmo 8 è quello dell'ammirazione:
anche se la scienza ci svela le meraviglie del creato se vogliamo cantare in
modo autentico questo salmo non possiamo non guardarci attorno e ammirare. Poi
questo salmo ci aiuta a riscoprire la freschezza dell'infanzia: la semplicità e la verità dei "perchè"
infantili.
Che cos'è l'uomo? Davanti all'immensità
del cielo l'uomo si sente piccolissimo: "il silenzio eterno di questi
spazi infiniti mi sgomenta" . "L'uomo non è che un giunco, il più
debole nella natura; ma è un giunco pensante...Quand'anche l'universo intero lo
schiacciasse, l'uomo sarebbe per sempre più nobile di ciò che l'uccide, perché
egli sa di morire e conosce la superiorità che l'universo ha su di lui;
l'universo invece non ne sa nulla".
Un
salmo che canta la grandezza dell'uomo e ci invita a scoprire il senso di
dipendenza da Dio che ci fa "signori del mondo con lui" e insieme
figlio amato con tanta tenerezza:
«Signore, nostro Dio,
la tua presenza palpita in ogni essere della terra.
Tutta la natura canta la tua bellezza.
Negli occhi sorridenti di un bimbo
si riflette la tua immagine
e il cuore turbolento degli adulti
è condotto alla pace.
Signore, nostro Dio,
quando contemplo un limpido cielo stellato,
quando mi incanto estasiato
nel biancore irreale di una notte di luna
e penso che tutto l'universo è fatto da te,
non posso non ripetermi:
'Cos'è mai un uomo,
così piccolo e fragile,
perchè ti ricordi sempre di lui
e lo tratti con tanta tenerezza?'.
Eppure l'hai fatto a tua immagine.
E' signore del mondo con te!
Gli hai dato intelligenza creatrice
bellezza e forza di amare.
L'hai reso capace di dominare la natura,
di trasformarla secondo il suo bisogno.
Sa mettere al suo servizio gli animali,
gli uccelli e i pesci del mare.
Tutto! Anche le forze più terribili
e le leggi più segrete della natura
sono scoperte e controllate da lui.
Signore, nostro Dio,
la tua presenza palpita in ogni essere della
terra».[1]
Capitolo 7
SEI
TU SIGNORE L’UNICO MIO BENE
Salmo
15 (16)
|
Canto di fede di un convertito 1 Miktam:: "preghiera
segreta", "preghiera a bocca chiusa o a metà voce", "dottrina",
"stele", "poema"... Proteggimi,
o Dio: in te mi rifugio. 2 Ho detto al
Signore: sei tu il mio Dio: fuori
di te non ho altro bene. 3 Un tempo adoravo
gli dèi del paese, confidavo
nel loro potere. 4 Ora pensino altri a
fare nuovi idoli, non
offrirò più a loro il
sangue dei sacrifici, con
le mie labbra non dirò più il
loro nome. 5 Sei tu, Signore, la
mia eredità, il
calice che mi dà gioia; il
mio destino è nelle tue mani. 6 Splendida è la
sorte che mi è toccata, magnifica
l'eredità che ho ricevuto. 7 Loderò Dio che ora
mi guida, anche
di notte il mio cuore lo ricorda. 8 Ho sempre il
Signore davanti agli occhi, con
lui vicino non cadrò mai. 9 Perciò il mio cuore
è pieno di gioia, ho
l'anima in festa, il
mio corpo riposa sicuro. 10 Non mi abbandonerai
al mondo dei morti, non
lascerai finire nella fossa chi ti ama. 11 Mi mostrerai la via
che porta alla vita: davanti
a te pienezza di gioia, vicino
a te felicità senza fine. |
Questo
salmo è una meditazione lirica molto bella sull'amicizia con Dio (v. 7), la
vicinanza a lui (v. 8), la gioia del credere (v. 9), la comunione con lui (vv.
10‑11). S. Teresa d'Avila, echeggiando il v.2 nel c. VIII del «Cammino
della perfezione» scriveva: «Nulla manca a chi possiede Dio: Dio solo gli basta!».
Le due motivazioni mistica e escatologica si fondono così assieme. Per chi è
unito a Dio già in questa vita è scontato che questa unione durerà per sempre.
Un giorno un antico ebreo scopre il vero Dio. Pieno
di gioia, lo ringrazia e gli descrive la sua nuova bellissima esistenza. Dice
che ora ha la ricchezza più preziosa e guarda al suo futuro con estrema
fiducia: non sarà mai abbandonato, anzi sarà istruito e guidato sempre
camminando sulla via che porta alla vita piena, oltre la morte.
Il contenuto globale del salmo è
tutto impostato sulla dedizione completa al vero Dio accompagnato da gioiosa fiducia invano contrastata dai fautori degli idoli e
dal loro culto. Il
salmista cioè dichiara a Dio
di non riconoscere che lui e di collocare ogni sua fiducia in lui.
Infatti in
Dio si rifugia (v. 1), lui ha scelto come sua porzione e sua eredità (v. 5a); inoltre ha sempre tenuto lui davanti
agli occhi (v. 8). Come compenso Dio da
parte sua lo sostiene in tutti gli
avvenimenti della sua vita (v. 5b), lo consiglia e guida (v. 7),
gli sta alla destra (v. 8) sicchè il
salmista può riposare tranquillo (v. 9).
In gravissimi frangenti Dio non abbandonerà l'anima sua allo mondo dei morti, nè
permetterà che si corrompa nella
fossa (v. 10). Anzi per il sentiero di vita lo chiamerà al godimento eterno presso di sè (v. 11).
IL MODELLO LETTERARIO
Un
inno-preghiera. Le parole che ora sa rivolgere al Signore chi è passato da una
vita religiosa confusa e corrotta tra gli idoli, a un’esistenza piena di gioia
e di speranza.
La prima parola dell'introduzione del salmo è un
grido a Dio di chi si sente in grave pericolo fisico o morale: «Proteggimi...». Grida così
senza preamboli e solo quando ha
fatto presente la sua richiesta e il suo bisogno aggiunge il nome divino come
vocativo. Pericolo e necessità di
soccorso e difesa sì, ma non
disperazione, non spavento che toglie il respiro. Subito dopo
quell'invocazione di difesa il salmista
dice anche a Dio la sua fiducia: «...in te mi rifugio».
Pericolo e attesa fiduciosa: ecco i due motivi del salmo con la prevalenza del
secondo sul primo.
Il salmista ragiona così: se ora faccio un paragone
tra la mia sorte e quella toccata agli altri posso ben dire, per esperienza diretta, che nella divisione
dei terreni in eredità le corde della
misura non potevano cadere su terreno
migliore e in sito più ameno.
Non ha che lodarsi e congratularsi della buona fortuna toccatagli e
della parte sua che può godersi.
Può
quindi concludere la sua strofa con una esclamazione di riconoscenza entusiastica: «Loderò Dio che
ora mi guida». Il merito di trovarsi
tanto bene non solo lo deve al consiglio venuto dall'alto e che ha
bussato alla sua coscienza e al suo spirito per tante notti di seguito nel
silenzio dello spirito fattosi
trasparente per il depositarsi delle preoccupazioni distrazioni e tentazioni
del giorno.
E'
questo il premio toccatogli per non
aver mai sviato il suo sguardo da Dio e averlo tenuto ininterrottamente
presente. Egli ha cercato Dio e Dio
non s'è sottratto a lui. Ora se lo sente alla sua destra e gli
conferisce tale sicurezza, tale senso di indefettibile difesa che non
potrà mai vacillare.
Di
fronte a constatazioni così consolanti
gli fiorisce sul labbro il
canto del'esultanza: «Perciò il
mio cuore è pieno di gioia, ho l'anima in festa e tutto il mio essere (fisico e
psichico), il mio corpo riposa sicuro».
Animatosi
con la riconoscenza e la letizia, il
salmista sente potenziarsi
in sè il
senso della sicurezza e dell'appoggio di Dio, sente che quella sua
posizione di adesione a Dio corrisposta con tanto amore gli apre l'animo a una aspirazione indicibile:
quel sentirsi di Dio, quel sentirsi in Dio non deve e non può più venir
interrotto. L'ombra tetra dello sheol /
«il mondo dei morti», come pensavano gli antichi ebrei, non deve
interrompere con la sua freddezza quella dolcezza ineffabile.
No, egli sente, egli sa che Dio non
abbandonerà l'anima sua alle brame
dello sheol / «il mondo dei morti»,
non permetterà che il suo fedele
scompaia nella fossa in preda alla corruzione
troncando per sempre quel divino intimo colloquio ma lo salverà.
COME I CRISTIANI HANNO LETTO E PREGATO QUESTO SALMO
Il
salmo nella prima teologia delle comunità cristiane è chiaramente riferito al
Signore. Il salmo sembra contenere una promessa fatta da Dio in riferimento al
Messia, alla cui risurrezione dai morti si allude. Che il v. 10 sia messianico
è affermato con evidenza da Pietro
nella sua predicazione primitiva (At 2, 25‑28) e da Paolo, nella sinagoga
di Antiochia di Pisidia come dicono gli Atti degli Apostoli (At 13, 33‑37).
Su questa linea anche i Padri della Chiesa hanno interpretato il salmo.
Indubbiamente il salmo ci mostra una tale unione con Dio
sufficiente a rendere impossibile
una separazione da lui attraverso l'ordinario processo della
morte. Ma Davide dopo la grande
promessa di 2 Sam 7, 11‑17 sapeva
che la sua sorte era legata a quella del Messia
come afferma espressamente Pietro: «Egli però era profeta, e sapeva
bene quel che Dio gli aveva promesso con giuramento: “metterò sul tuo trono uno
del tuo sangue” e perciò non sarebbe scomparso da questo
mondo senza speranza nello sheol
/ «il mondo dei morti» come sarebbe avvenuto se avesse dato ascolto ai
nemici o falsi amici di 1 Sam 26, 19. Paolo a dimostrazione della resurrezione
di Gesù Cristo cita anche il Sal 2: «Tu
sei mio Figlio, io oggi ti ho generato», parole che per quanto oscure e
suscettibili di molteplici interpretazioni
nel contesto storico non
hanno alcuna relazione diretta
con la resurrezione del Messia. L'uso
cristiano del salmo nella comunità di fede è oggettivo ed esprime l'unità
intima dei due testamenti. Il senso pieno inoltre ci aiuta a comprendere l'uso
che di questo salmo vien fatto nel NT.
Per
una attualizzazione liturgica oltre che cristiana possiamo pensare al
versetto: «mi mostrerai la via che porta alla vita». La stessa «via» che ha già percorso Gesù passando dalla morte
alla vita e divenendo il Signore della vita. Il Signore Risorto presente nella
sua Chiesa accompagna il nostro cammino lungo il sentiero della nostra
salvezza personale e comunitaria. Con Gesù anche noi abbiamo il Padre come
nostra parte e nostra eredità perchè redenti da Lui partecipiamo alla stessa
eredità. Così, il Signore sarà sempre con noi e non potremo vacillare fino al
momento in cui godremo con Lui «pienezza di gioia» e «felicità senza fine».
ECCO COME ANCH’IO PREGHERO’ QUESTO SALMO
L'esperienza viva dell'intimità con Dio promessa da
questo salmo la vivremo anche noi che siamo stati salvati da lui, uniti per
mezzo suo ad una nuova ed eterna alleanza, destinati a percorrere il «sentiero
della vita», attraverso di Lui che è «la Via, la Verità e la Vita».
Con
il Cristo anche noi pregheremo questo salmo, con Lui in cui cerchiamo rifugio,
per il quale e nel quale noi viviamo. Con lo stesso Gesù possiamo dire e
meditare questo salmo con le tre accentuazioni che gli sono proprie:
(1) la dolcezza e l'umiltà di Davide (è un povero
che parla; il quale si meraviglia ingenuamente e candidamente di ciò che il Signore
ha fatto per lui; non attribuisce niente a sé e se non può vacillare è solo per
la forza di chi sta alla sua destra);
(2) la meraviglia dell'ammalato guarito (anche noi
siamo passati attraverso il battesimo, le nostre confessioni, dalla morte alla
vita);
(3)
la gioia estasiata e riconoscente del levita dinanzi alla sua eredità, alla
nostra eredità e all'assoluto della sua scelta: Dio, l'unico nostro bene, nella
speranza della vita eterna, il presentimento nella notte del raggiungimento di
questa gioia dinanzi al suo volto, alla luce del disegno di Dio che noi conosciamo
attraverso la sua Parola meditata quando essa penetra nel nostro intimo, come
Cristo ce la fa vivere nella sua Chiesa
Anche io ho avuto il dono di conoscere il Signore
vero, di superare il mondo degli idoli, delle illusioni, delle violenze. Anche
io posso e devo ringraziare per quel che ho ricevuto, dire che sono contento
per la situazione dove mi trovo e per il futuro che mi attende. Con queste
parole anch’io so ringraziare, dichiarare la mia gioia, cantare la mia fiducia.
Capitolo 9
LITURGIA PENITENZIALE
CHE PRECEDE UNA
CELEBRAZIONE LITURGICA: Salmo 14 (15)
E’
un invito a purificarsi prima di entrare nel santuario per iniziare una
celebrazione liturgica.Trova riscontro nell'etica profetica che insiste molto
sul legame preghiera‑vita, liturgia‑esistenza. Due testi profetici sono due testi‑
chiave per la lettura e la comprensione di questo salmo:
(1) Mic 6, 6‑8:
"Con che cosa mi presenterò
al Signore,
mi prostrerò al Dio
altissimo?
Mi presenterò a lui
con olocausti,
con vitelli di un
anno?
Gradirà il Signore
le migliaia di montoni
e torrenti di olio a
miriadi?
Gli offrirò forse il
mio primogenito
per la mia colpa,
il frutto delle mie
viscere
per il mio peccato?
Uomo, ti è stato
insegnato ciò che è buono
e ciò che richiede il
Signore da te:
praticare la
giustizia,
amare la pietà,
camminare umilmente
con il tuo Dio."
(2) Is 33, 14‑16:
"Hanno paura in Sion i peccatori,
lo spavento si è
impadronito degli empi.
«Chi di noi può
abitare presso un fuoco divorante?
Chi di noi può abitare
tra fiamme perenni?».
Chi cammina nella
giustizia e parla con lealtà,
chi rigetta un
guadagno frutto di angherie,
scuote le mani per non
accettare regali,
si tura gli orecchi
per non udire fatti di sangue
e chiude gli occhi per
non vedere il male:
costui abiterà in
alto,
fortezze sulle rocce
saranno il suo rifugio,
gli sarà dato il pane,
avrà l'acqua assicurata."
|
Salmo 14 (15) 1 - - -
non fa torto al suo prossimo, |
ISTRUZIONI PER CHI ENTRA
NEL SANTUARIO
Alla
porte del tempio di Gerusalemme, uno si chiede: potrò entrare? sarò degno di
starvi? Allora prega, ma in modo che sentano anche i guardiani. Ed essi
rispondono in tono solenne, come maestri o profeti: non vi sono condizioni di
tipo materiale, intellettuale o rituale (età, salute, pulizia, razza, cultura,
livello sociale, assenza di ostacoli-impurità, …) ma soltanto di tipo morale.
Chi le osserva ha un futuro sicuro.
Una domanda-risposta di tipo
catechismo circa le condizioni per poter entrare nel Tempio e starvi. Poi una
conclusione-proverbio dice: chi vive in un certo modo, non soltanto può entrare
e stare, ma ha la garanzia di un vita tutta solida.
Il breve formulario si apre con una domanda
che può costituire l'inizio di
un rituale d'ingresso al santuario: "Chi è degno, Signore, di stare nella
tua casa; di abitare sulla tua santa
montagna?". Per accostarsi alla divinità
occorrono condizioni particolari
di purità, che non si possono
impunemente trascurare.
Le prime risposte:
(1) Chi cammina perfetto,
integro, cioè nella osservanza integrale e irreprensibile della legge,
il cui animo e le cui facoltà sono tutte tese al culto divino.
(2) Chi opera la giustizia, altra espressione per dire ancora la stessa
cosa, cioè la pratica delle prescrizioni
divine che derivano da giustizia e
portano a opere di
giustizia. In queste prime
risposte il salmo e Is 33 si trovano
molto vicini. Sono prescrizioni generali che abbracciano le disposizioni fondamentali
della pratica religiosa e impegnano
tutto l'uomo. Lo stesso
si potrebbe dire ancora della
terza risposta
(3) «Chi parla verità ('emet)». Anche questa ha un riscontro in Isaia e può essere
interpretata in un senso ampio come le precedenti. Tuttavia
essa pare spiegata e limitata dalla quarta risposta.
(4) Chi dice
la verità, formulata come tale e
zampillata dal fondo del suo cuore e sgorgante in perfetta
sincerità, non potrà andare in
giro calunniando con la lingua. Sincerità e verità in
cuore non sopporta menzogna o
calunnia sulla lingua.
(5) La quinta risposta enuncia la bontà d'animo che
esclude in modo perentorio ogni
malanimo e malizia contro il prossimo. Questa bontà di disposizione reprime
e sopprime ogni forma di insulto e ogni detto che rinfacci al prossimo
difetti o mancanze.
(6) Così la
sesta risposta può considerarsi come
una conseguenza o una specificazione della quinta.
(7) Se Dio rimprovera qualcuno per la sua
opposizione alla legge e al ben fare,
il devoto si schiera con Dio
nella riprovazione.
(8) Con Dio ancora si schiera nell'onorare, invece,
coloro che lo temono.
(9) Se
avviene al devoto
sincero di legarsi all' «amico» o al «prossimo» con qualche giuramento
(e siamo alla nona risposta), egli sa mantenere fede alla parola data, senza cercare di sminuire
o trasformare la sua obbligazione (cfr. Lv 27, 10.35; Ml 1, 14). Il
peccato di spergiuro non era raro nell’antichità.
Le
ultime due risposte riguardano ancora le
relazioni sociali.
(10) La Legge aveva sancito il principio della
solidarietà tra i membri dello stesso popolo e della stessa razza e rispecchiando
un ambiente e un'epoca di scarso sviluppo
commerciale, aveva proibito il prestito a usura. Codesta proibizione
assoluta era stata trasformata in relativa, autorizzando il prestito a interesse quando si trattasse di forestieri o stranieri.
(11) Piaga
non infrequente, specie nell'età e nei paesi di scarsa efficienza dell'autorità
superiore, è la corruzione nell'amministrazione della giustizia. Dove la religione s'esaurisce in prescrizioni
cultuali e non tocca, o poco, le fondamenta della moralità è cosa ordinaria
corrompere il giudice e la giustizia è
amministrata a suon di bustarelle e di tangenti. Non rare sono le invettive dei profeti,
segno, purtroppo, che le loro parole non erano esercizio retorico, la giustizia
all'innocente indifeso, all'orfano, alla vedova, sono invece il vanto di ogni
re che fa valere la sua rettitudine di governo (cfr. Sal 68, 6 s.).
La conclusione
suona un po' inaspettata. Secondo la
domanda iniziale la risposta conclusiva dovrebbe garantire a chiunque segua
le prescrizioni elencate l'ingresso nel Santuario e la dimora tranquilla e
protetta nel Monte Santo. Invece si conclude affermando che chi tradurrà in
pratica il piccolo codice sociale non
vacillerà in eterno. Si sentirà cioè sempre sostenuto e benedetto da
Dio.
E
PER IL CRISTIANO CHE SIGNIFICA QUESTO SALMO?
Il
salmista pone, con la sua domanda, il problema fondamentale della nostra vita:
chi può essere felice? La formulazione è fatta in termini biblici: "chi
può stare col Signore sul suo «monte santo?»
Che
cos'è il monte Sion di cui parla il salmo se non il simbolo della nuova città
che è la Chiesa? Chi abita in essa partecipa della sua stabilità come
partecipa della santità del Dio Santo. Forse può aiutarci la conclusione del
Discorso della montagna nel Vangelo di Matteo:
«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le
mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla
roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si
abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la
roccia» (Mt 7, 24‑25).
Il
salmo va oltre il livello di un semplice e banale moralismo e invita invece ad
una autenticità tutta evangelica. Viene spontaneo fare continui riferimenti al
Vangelo: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma
adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né
per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello
per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non
giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o
nero un solo capello. Sia invece il
vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5, 33‑37).
Oppure quando Gesù insiste che occorre «fare» la volontà di Dio che è nei
cieli con l'accento sul fare.
«Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli
corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro
buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Mc 10,17)». Il giovane
domanda a Gesù che cosa deve fare? Ma
anche Paolo dopo l'incontro con il Risorto sulla via di Damasco chiede: «Io
dissi allora: Che devo fare, Signore?
E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di
tutto ciò che è stabilito che tu faccia» (At 22, 10).
Per
tutti coloro che cercano Dio la risposta del salmista è molto chiara: coerenza
tra la vostra pratica religiosa, il vostro comportamento morale e il vostro
agire sociale. Non rende felici il solo conoscere, ma il fare la volontà di Dio
(Mt 7, 3). Conoscere e insegnare senza fare è fariseismo (Mt 23, 3). Chi sa e
non fa è ancora più infelice di chi non sa: più infelice perché più colpevole
(Lc 12, 47).
E
PER ME IN PARTICOLARE ?
Il
salmo si presta a una riflessione seria sull'impegno per la giustizia, per
corrette relazioni morali economiche, per una preghiera non astratta ma che si
traduce in impegno concreto, laddove dovrebbe arrivare ogni lectio «divina».
Non c'è «lectio divina» che non sia anche lectio «humana».
Pare
che l'uomo di oggi si dibatta con gli stessi problemi di quelli del salmista:
basti pensare alla corruzione imperante, alle «tangenti», agli interessi
egoistici che afferrano tutti anche quelli che si ritengono buoni cristiani.
Inoltre
il salmo ci mette in crisi profonda di identità: con quale fervore dobbiamo
chiedere nell'umiltà: «chi è degno, Signore, di stare nella tua casa?»; come
essere capaci con le sole nostre forze di avvicinarci a Gesù che con la sua
umanità è divenuto il «vero tempio», «la vera tenda di Dio».
Il
Sal 14 si presta a un serio esame di coscienza per verificare se davvero
camminiamo nell'integrità della giustizia evangelica per poter avvicinarci
lealmente alla tenda o alla santa montagna che è Gesù Cristo e ritornare, così
rinnovati, ai nostri fratelli. Modello del salmista o di chi prega e medita
questo salmo è l'uomo Cristo Gesù che prima fece e poi insegnò (At 1, 3) e con
lui Maria la Madre, perfetta custode ed esecutrice della parola di Dio (Lc 8,
21; 11, 28).
E
per me in particolare?
Un
giorno anch’io sto per affrontare una tappa decisiva, inizio una strada importante
per la mia vita, o sono sulla soglia di un ambiente dove vorrei restare. Mi
chiedo: posso? sarò adatto? saprò rimanervi? Forse io penso che le condizioni
possono essere difficili, come imprese eccezionali o eroiche, per cui ho paura.
Ma il salmo dice che tutto è molto semplice. Nessuna condizione è fuori dalle
mie possibilità. Basta che io abbia scelto con decisione quello stile di vita.
Non devo temere, posso essere certo che anch’io ne sono degno.
NB.
E’ il sesto contributo che
assieme ad altri cinque ho inviato nei giorni scorsi via e-mail senza avere
risposta. Ti prego di farmi sapere se la tua e-mail è in tilt e perciò devo
inviarti anche gli altri cinque contributi via fax.
Ancora un cordiale saluto,
don Mario Cimosa
Capitolo
10
SEI
TU SIGNORE L’UNICO MIO BENE
Salmo
16 (15)
|
16 (15) Canto di fede di un convertito 1 Miktam:: "preghiera
segreta", "preghiera a bocca chiusa o a metà voce",
"dottrina", "stele", "poema"... Proteggimi,
o Dio: in te mi rifugio. 2 Ho detto al
Signore: sei tu il mio Dio: fuori
di te non ho altro bene. 3 Un tempo adoravo
gli dèi del paese, confidavo
nel loro potere. 4 Ora pensino altri a
fare nuovi idoli, non
offrirò più a loro il
sangue dei sacrifici, con
le mie labbra non dirò più il
loro nome. 5 Sei tu, Signore, la
mia eredità, il
calice che mi dà gioia; il
mio destino è nelle tue mani. 6 Splendida è la
sorte che mi è toccata, magnifica
l'eredità che ho ricevuto. 7 Loderò Dio che ora
mi guida, anche
di notte il mio cuore lo ricorda. 8 Ho sempre il
Signore davanti agli occhi, con
lui vicino non cadrò mai. 9 Perciò il mio cuore
è pieno di gioia, ho
l'anima in festa, il
mio corpo riposa sicuro. 10 Non mi abbandonerai
al mondo dei morti, non
lascerai finire nella fossa chi ti ama. 11 Mi mostrerai la via
che porta alla vita: davanti
a te pienezza di gioia, vicino
a te felicità senza fine. |
Questo
salmo è una meditazione lirica molto bella sull'amicizia con Dio (v. 7), la
vicinanza a lui (v. 8), la gioia del credere (v. 9), la comunione con lui (vv.
10‑11). S. Teresa d'Avila, echeggiando il v.2 nel c. VIII del «Cammino
della perfezione» scriveva: "Nulla manca a chi possiede Dio: Dio solo gli
basta!". Le due motivazioni mistica e escatologica si fondono così
assieme. Per chi è unito a Dio già in questa vita è scontato che questa unione
durerà per sempre.
Un giorno un antico ebreo scopre il vero Dio. Pieno
di gioia, lo ringrazia e gli descrive la sua nuova bellissima esistenza. Dice
che ora ha la ricchezza più preziosa e guarda al suo futuro con estrema
fiducia: non sarà mai abbandonato, anzi sarà istruito e guidato sempre
camminando sulla via che porta alla vita piena, oltre la morte.
Il contenuto globale del salmo è
tutto impostato sulla dedizione completa
al vero Dio accompagnato da gioiosa
fiducia invano contrastata dai fautori
degli idoli e dal loro culto. Il
salmista cioè dichiara a Dio
di non riconoscere che lui e di collocare ogni sua fiducia in lui.
Infatti in
Dio si rifugia (v. 1), lui ha scelto come sua porzione e sua eredità (v. 5a); inoltre ha sempre tenuto lui davanti
agli occhi (v. 8). Come compenso Dio da
parte sua lo sostiene in tutti gli
avvenimenti della sua vita (v. 5b), lo consiglia e guida (v. 7),
gli sta alla destra (v. 8) sicchè il
salmista può riposare tranquillo (v. 9).
In gravissimi frangenti Dio non abbandonerà l'anima sua allo mondo dei morti, nè
permetterà che si corrompa nella
fossa (v. 10). Anzi per il sentiero di vita lo chiamerà al godimento eterno presso di sè (v. 11).
IL MODELLO
LETTERARIO
Un
inno-preghiera. Le parole che ora sa rivolgere al Signore chi è passato da una
vita religiosa confusa e corrotta tra gli idoli, a un’esistenza piena di gioia
e di speranza.
La prima parola dell'introduzione del salmo è un
grido a Dio di chi si sente in grave pericolo fisico o morale: «Proteggimi...». Grida così
senza preamboli e solo quando ha
fatto presente la sua richiesta e il suo bisogno aggiunge il nome divino come
vocativo. Pericolo e necessità di
soccorso e difesa sì, ma non
disperazione, non spavento che toglie il respiro. Subito dopo
quell'invocazione di difesa il salmista dice anche
a Dio la sua fiducia: «...in te mi rifugio». Pericolo e attesa fiduciosa:
ecco i due motivi del salmo con la prevalenza del secondo sul primo.
Il salmista ragiona così: se ora faccio un paragone
tra la mia sorte e quella toccata agli altri posso ben dire, per esperienza diretta, che nella divisione
dei terreni in eredità le corde della
misura non potevano cadere su terreno
migliore e in sito più ameno.
Non ha che lodarsi e congratularsi della buona fortuna toccatagli e
della parte sua che può godersi.
Può
quindi concludere la sua strofa con una esclamazione di riconoscenza entusiastica: «Loderò Dio che
ora mi guida». Il merito di trovarsi
tanto bene non solo lo deve al consiglio venuto dall'alto e che ha
bussato alla sua coscienza e al suo spirito per tante notti di seguito nel
silenzio dello spirito fattosi
trasparente per il depositarsi delle preoccupazioni distrazioni e tentazioni
del giorno (vv. 5‑7).
E'
questo il premio toccatogli per
non aver mai sviato il suo sguardo da Dio e averlo tenuto
ininterrottamente presente. Egli ha
cercato Dio e Dio non
s'è sottratto a lui. Ora se lo sente alla sua destra e gli
conferisce tale sicurezza, tale senso di indefettibile difesa che non
potrà mai vacillare.
Di
fronte a constatazioni così consolanti
gli fiorisce sul labbro il
canto del'esultanza: «Perciò il
mio cuore è pieno di gioia, ho l'anima in festa e tutto il mio essere (fisico e
psichico), il mio corpo riposa sicuro».
Animatosi
con la riconoscenza e la letizia, il
salmista sente potenziarsi
in sè il
senso della sicurezza e dell'appoggio di Dio, sente che quella sua
posizione di adesione a Dio corrisposta con tanto amore gli apre l'animo a una aspirazione
indicibile: quel sentirsi di Dio, quel sentirsi in Dio non deve e non può più
venir interrotto. L'ombra tetra dello
sheol / «il mondo dei morti», come pensavano gli antichi ebrei, non deve
interrompere con la sua freddezza quella dolcezza ineffabile.
No, egli sente, egli sa che Dio non
abbandonerà l'anima sua alle brame
dello sheol / «il mondo dei morti»,
non permetterà che il suo fedele
scompaia nella fossa in preda alla corruzione
troncando per sempre quel divino intimo colloquio ma lo salverà.
COME I CRISTIANI HANNO LETTO E PREGATO QUESTO SALMO
Il
salmo nella prima teologia delle comunità cristiane è chiaramente riferito al
Signore. Il salmo sembra contenere una promessa fatta da Dio in riferimento al
Messia, alla cui risurrezione dai morti si allude. Che il v. 10 sia messianico
è affermato con evidenza da Pietro
nella sua predicazione primitiva (At 2, 25‑28) e da Paolo, nella sinagoga
di Antiochia di Pisidia come dicono gli Atti degli Apostoli (At 13, 33‑37).
Su questa linea anche i Padri della Chiesa hanno interpretato il salmo. Indubbiamente
il salmo ci mostra una tale unione con
Dio sufficiente a rendere impossibile una separazione da lui
attraverso l'ordinario processo
della morte. Ma Davide dopo la grande promessa di 2 Sam 7,
11‑17 sapeva che la sua sorte era
legata a quella del Messia come afferma
espressamente Pietro: «Egli però era profeta, e sapeva bene quel che Dio gli
aveva promesso con giuramento: “metterò sul tuo trono uno del tuo sangue” e
perciò non sarebbe scomparso da
questo mondo senza speranza
nello sheol / «il mondo dei morti»
come sarebbe avvenuto se avesse dato ascolto ai nemici o falsi amici di 1 Sam
26, 19. Paolo a dimostrazione della resurrezione di Gesù Cristo cita anche il
Sal 2: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho
generato», parole che per quanto oscure e suscettibili di molteplici
interpretazioni nel contesto storico
non hanno alcuna relazione diretta con la resurrezione
del Messia. L'uso cristiano del salmo
nella comunità di fede è oggettivo ed esprime l'unità intima dei due
testamenti. Il senso pieno inoltre ci aiuta a comprendere l'uso che di questo
salmo vien fatto nel NT.
Per
una attualizzazione liturgica oltre che cristiana possiamo pensare al
versetto: «mi mostrerai la via che porta alla vita». La stessa «via» che ha già percorso Gesù passando dalla morte
alla vita e divenendo il Signore della vita. Il Signore Risorto presente nella
sua Chiesa accompagna il nostro cammino lungo il sentiero della nostra
salvezza personale e comunitaria. Con Gesù anche noi abbiamo il Padre come nostra
parte e nostra eredità perchè redenti da Lui partecipiamo alla stessa eredità.
Così, il Signore sarà sempre con noi e non potremo vacillare fino al momento in
cui godremo con Lui «pienezza di gioia» e «felicità senza fine».
ECCO COME ANCH’IO PREGHERO’ QUESTO SALMO
L'esperienza viva dell'intimità con Dio promessa da
questo salmo la vivremo anche noi che siamo stati salvati da lui, uniti per
mezzo suo ad una nuova ed eterna alleanza, destinati a percorrere il «sentiero
della vita», attraverso di Lui che è «la Via, la Verità e la Vita».
Con
il Cristo anche noi pregheremo questo salmo, con Lui in cui cerchiamo rifugio,
per il quale e nel quale noi viviamo. Con lo stesso Gesù possiamo dire e meditare
questo salmo con le tre accentuazioni che gli sono proprie:
(1) la dolcezza e l'umiltà di Davide (è un povero
che parla; il quale si meraviglia ingenuamente e candidamente di ciò che il Signore
ha fatto per lui; non attribuisce niente a sé e se non può vacillare è solo per
la forza di chi sta alla sua destra);
(2) la meraviglia dell'ammalato guarito (anche noi
siamo passati attraverso il battesimo, le nostre confessioni, dalla morte alla
vita);
(3)
la gioia estasiata e riconoscente del levita dinanzi alla sua eredità, alla
nostra eredità e all'assoluto della sua scelta: Dio, l'unico nostro bene, nella
speranza della vita eterna, il presentimento nella notte del raggiungimento di
questa gioia dinanzi al suo volto, alla luce del disegno di Dio che noi conosciamo
attraverso la sua Parola meditata quando essa penetra nel nostro intimo, come
Cristo ce la fa vivere nella sua Chiesa
Anche io ho avuto il dono di conoscere il Signore
vero, di superare il mondo degli idoli, delle illusioni, delle violenze. Anche
io posso e devo ringraziare per quel che ho ricevuto, dire che sono contento
per la situazione dove mi trovo e per il futuro che mi attende. Con queste
parole anch’io so ringraziare, dichiarare la mia gioia, cantare la mia fiducia.
LODE
A DIO PER
Salmo 18 (19)
|
1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide 2 Narrano i cieli la
gloria di Dio, gli spazi annunziano l'opera delle sue mani. 3 Un giorno all'altro
ne dà notizia, una notte all'altra lo racconta, 4 senza discorsi e
senza parole. Non è voce che si possa udire. 5 Il loro messaggio
si diffonde sulla terra, l'eco raggiunge i confini del mondo. Nei cieli è fissata la dimora del sole. 6 Esce come uno sposo
dalla stanza nuziale, come un campione si getta felice nella
corsa. 7
Sorge
da una estremità del cielo e gira fino
all'altro estremo: nulla sfugge al suo calore. 8 La parola del
Signore è perfetta: ridà la vita. La
legge del Signore è sicura: dona saggezza. 9 I precetti del
Signore sono giusti: riempiono di gioia. Gli
ordini del Signore sono chiari: aprono
gli occhi. 10
La
volontà del Signore è senza difetto: resta per sempre. Le
decisioni del Signore sono valide, tutte ben fondate, 11 più preziose
dell'oro, dell'oro più fino, più
dolci del miele che trabocca dai favi. 12
Anch'io,
tuo servo, ne ricevo luce, grande
è il vantaggio per chi le osserva. 13
Chi
conosce tutti i propri errori. Perdonami
quelli che non conosco. 14 Difendi il tuo
servo dall'orgoglio: su di me non abbia presa e sarò innocente, libero da
gravi colpe. 15
Ti
siano gradite le parole della mia bocca e i pensieri della mia mente, o
Signore, mia difesa e mio liberatore. |
Nella
lode a Dio presente nei salmi viene raccolta tutta la creazione. Essa viene
vista come un dono della bontà di Dio. Nella lode del Sal 18, per esempio, la
potenza del sole è solo un rimando alla potenza ancora più grande del Creatore
che ha stabilito una rotta per il sole e gli ha fatto una tenda nei cieli:
«esce come uno sposo dalla stanza nuziale, come un campione si getta felice
nella corsa...» (v.6).
Ma
anche una lode che è esaltazione, nella legge, dell'ordine della vita
dell'uomo: «la parola del Signore è perfetta: ridà vita...» (v. 8). Un ordine cosmico
ma anche un ordine esistenziale che Dio ha impresso alla sua creazione per cui
deve essere da noi lodato.
Cardenal
ha ripreso questo duplice ordine nella sua traduzione libera del versetto da
noi citato: «la legge del Signore disciplina l'inconscio, è perfetta come la
legge di gravità». Sono i due motivi che devono accompagnarci nella
meditazione di questo salmo.
Il
tema proposto nel salmo potrebbe,
in conclusione, così esprimersi: come i cieli, e la creazione, hanno un loro linguaggio
chiaro e annunciano la maestà, la sapienza e la potenza divina, così la
«Legge» è l'altro linguaggio diretto, esplicito, non bisognoso di
interpretazione, che dichiara all'uomo il pensiero divino, la volontà di Dio
rivelandone nel medesimo tempo gli altri attributi di sapienza, maestà e bontà, ecc.
Da tutti e due l'uomo impara a conoscere Dio: interpretando
il linguaggio dei cieli, e della creazione, studiandone e praticandone
la Legge. Queste due vie, Natura e Legge,
alla conoscenza di Dio sono presentate anche da S.
Paolo nella Lettera ai Romani 1:
la Natura; e in Romani 2: la Legge. Paolo parla il linguaggio dell'A.T.
E’
una meditazione poetica. Una doppia armonia: il creato e la legge del Signore. I cieli narrano la gloria delle opere di
Dio. La legge del Signore mette armonia luminosa nella vita dell’uomo. Infine,
una preghiera-invocazione.
Il salmista guarda il cielo e
loda Dio per il mondo, dono della Sua bontà: pensa che il sole è solo un
potente rimando a chi lo ha creato e ha fissato per lui un cammino e una dimora
nei cieli. Questa doppia armonia fa pregare il salmista: liberami dall’orgoglio
e dalle colpe.
LODE
A DIO PER LA CREAZIONE
Il
linguaggio con cui il salmista inizia la sua preghiera è il linguaggio dei
cieli. Non un'esclamazione, come nel caso del Sal 104, o del Sal 8, ma
uno stile di esposizione narrativa. Il tono è tuttavia altamente lirico e
poetico: I cieli narrano la gloria di Dio
e il firmamento annuncia,
dichiara l'opera delle sue mani,
cioè la sua sapienza di artista consumato.
Ed
ecco come questo linguaggio dei cieli si propaga e trasmette. Giorno a giormo,
notte a notte ne trasmette parola e notizia.
Affermata
l'esistenza del linguaggio e il fatto della sua trasmissione, vien detto ora
di che natura sia. Parlando di discorso,
di parole, si potrebbe pensare
che si tratti di un linguaggio articolato in tutto come un parlare umano. Non lo
è, ma non cessa per questo di essere una
parlata. Perché ad analogia della parola umana, esso è un modo di esprimersi
del pensiero perfettamente intelligibile. Non si tratta infatti di una loquela
o di parole che, sentendole non si comprendano. Come dirà S. Paolo ai Corinti
(1 Cor 14, 7‑11), non esiste
linguaggio umano che non sia articolato con suoni intelligibili, altrimenti
non adempirebbe allo scopo di trasmettere il pensiero. Così è del linguaggio dei cieli. E' speciale,
caratteristico degli astri, ma intelligibile. Occorre solo avere la iniziazione
a ciò, sapere in che relazione stanno
i cieli (e la natura) con
Dio. Conosciuto quel principio, il parlare degli astri è pienamente comprensibile.
Difatti esso ha una portata così vasta che percorre tutta la terra e le sue
parole singole pervengono ai confini estremi del mondo.
Il
sole viene presentato come il gigante del cielo. Nei cieli domina, come un re
nel suo palazzo, il sole. I cieli sono solo il suo padiglione, anzi in una parte di essi, alla
loro estremità orientale è posta la sua tenda e la sua abitazione. Da essa egli esce ogni mattino, annunciato
dall'aurora, come uno sposo dal
talamo, e giovine come sposo, alacre
come gigante, o come un prode, s'appresta alla fatica quotidiana di
percorrere la sua via. Che non è poca.
Sorge, uscendo dalla sua
tenda, a un estremo dei cieli e percorre
la sua orbita fino all'estremo opposto, all'altro confine. Passa implacabile e sicuro e compie l'ufficio
suo di distribuire luce e calore. Chi
potrebbe sottrarsi? Dove trovare un
nascondiglio dal suo fervore?.
LODE A DIO PER LA LEGGE
Oltre
al linguaggio dei cieli ne esiste un altro,
chiaro e squadernato, che non ha
bisogno di interpretazione. Non è «mediato», come quello della natura, ma è la parola diretta e immediata di Dio:
la «Legge». Essa espone, dichiara in modo esplicito il pensiero e il
volere di lui. Se l'uomo può imparare assai da quello, molto più può imparare da questo e ottenerne
sapienza e vantaggi svariati e ricchi.
Sono esposti elencando sei
sinonimi che indicano ognuno
qualche sfumatura del concetto della Legge e attribuendo a ognuno
un'operazione propria. Il Sal 118 si servirà di otto sinonimi, aggiungendone
due nuovi a quelli qui elencati. Il primo a comparire è il termine per
antonomasia, quello di Tôrah /Legge. Il carattere fondamentale della
Legge è di essere "perfetta",
non mancante in nulla, perciò espressione adeguata del pensiero di Dio.
Appena accolta, ha la prerogativa di operare come un soffio
vitale che viene a ridare respiro all'anima, a rianimare la vita. Il secondo
termine, testimonio, della inconcussa stabilità di Dio, è perciò "fedele". Accettato,
conferisce saggezza e sapienza anche a chi è semplice e ingenuo per
natura sua. Terza sfumatura della Legge è lo "statuto", ciò che Dio ha fissato come suo ordine dopo
aver esaminato direttamente (paqad, visitare) le
circostanze; quindi gli statuti
divini sono retti e apportano letizia al cuore. La rettitudine apre il cuore al respiro
senza trepidazione e dà sicurezza. Con gli statuti viene il "comando” che
partecipa della chiara visione che Dio ha di ogni situazione, perciò dona luce
all'occhio e lo illumina.
Conosciuta
la Legge, essa induce nell'animo del
suddito il timore, che riconosce la maestà del legislatore, che passa subito a riverenza e si
manifesta nella pietà. Che è pura e dura quanto dura il suo oggetto,
Dio, eterna. Per ultimo viene il “giudizio” che Iddio emette nelle circostanze
concrete. Venendo da una perfetta conoscenza
di tutti gli elementi sono indubbiamente veritieri e la verità partecipa
della santità.
Sono, pertanto,
più preziosi dell'oro,
anzi dell'oro più fino e in
grande quantità. Sono più dolci del
miele, anzi di quello di prima qualità, che stilla con profumo e splendore dai
favi.
Qualità
e virtù operative della Legge rappresentano
l'ideale. Non è facile realizzarlo. Il
salmista lo ammette, l'ideale, in linea di principio. L'osservanza della Legge istruisce e arreca grande
compenso. Ma chi può pretendere tanto
perfetta conoscenza da poterla tradurre
tutta in pratica senza errori? Anche quando c'è la miglior volontà, e il più
diligente sforzo, chi non sbaglia? Si commettono errori senza avvertirli, senza
comprenderli, cioè percepirli come errori.
La coscienza anche
retta può gravarsi di colpe occulte, cioè non avvertite. Trasgressioni involontarie, per fragilità o ignoranza, quindi
perdonabili, di qualche prescrizione della Legge, che resta così violata.
Il
pensiero espresso dal salmista nella sua preghiera è bello e profondo e la
meditazione degna di esser portata a conoscenza di tutti. Egli la canta a Dio; gli torni gradita, e il cantore avrà la dimostrazione che Dio
è per lui sempre
più rupe di difesa e vendicatore da ogni insidia della
tentazione contro la sua Legge.
COME CI FA PREGARE QUESTO SALMO LA LITURGIA
In
tutte le feste o le ricorrenze in cui viene usato il salmo si dà risalto
attraverso il versetto responsoriale al fatto che le parole del Signore sono
spirito e vita, sono verità e vita, sono parole di vita eterna, danno gioia. Si
ricorda come la bellezza del creato narra la gloria di Dio e che la parola del
Signore è luce alla strada dell'orante.
La
liturgia cristiana ci fa recitare il Sal 19 sia la mattina di Natale con
l'antifona: «come uno sposo il Signore esce dalla stanza nuziale» e sia nella
festa della Circoncisione con l'antifona: «Nei
cieli è fissata la dimora del sole. Esce come uno sposo dalla stanza nuziale».
Questo è un salmo che, recitato o meditato, riporta il nostro pensiero senza
alcun dubbio al mistero dell'Incarnazione e alla nascita di Gesù.
E’ bello e interessante un confronto con il Cantico
di Zaccaria che annunciando l'imminente venuta dell'era messianica, indica la
realizzazione piena dell'Alleanza significata dalla nascita miracolosa di suo
figlio.
68 Benedetto il Signore Dio d'Israele,
perché ha visitato e
redento il suo popolo,
69 e ha suscitato per
noi una salvezza potente (...)
71 salvezza dai nostri
nemici (...),
72 e si è ricordato
della sua santa alleanza,
73 del giuramento fatto ad
Abramo, nostro padre,
74 di concederci,
liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza
timore, 75 in santità e giustizia
al suo cospetto, per
tutti i nostri giorni.
76 E tu, bambino (...)
andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
77 per dare al suo
popolo la conoscenza della salvezza
nella remissione dei
suoi peccati,
78 grazie alla bontà
misericordiosa del nostro Dio,
per cui verrà a
visitarci dall' alto un sole che sorge
79 per rischiarare
quelli che stanno nelle tenebre
e nell' ombra della
morte
e dirigere i nostri
passi sulla via della pace (Lc 1, 68‑79).
Certamente Luca si è ricordato del sole di cui
parla il Sal 19 paragonando Dio al «sole che sorge» (v. 78). Ma ci sono tanti
altri punti di contatto, come il riscatto, la liberazione, la vita alla
presenza di Dio, la visita, i precetti. Il v. 77 è quello centrale: Giovanni
avrà la missione di «dare...la conoscenza della salvezza», preparare la sua
venuta.
La
prima parte del Sal 19 è una delle più belle lodi a Dio creatore, un inno cosmico
che anche Paolo ha visto come affermazione di una conoscenza razionale di Dio
citando il Sal 19, 4: «poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto;
Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi,
le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l' intelletto nelle
opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1, 19‑20).
COME POSSO PREGARE ANCH’IO QUESTO SALMO
Proprio
come l'orante del Salmo 18 anche Gesú
vedeva nelle opere create la mano di Dio. Ne sono espressione soprattutto le
parabole che hanno un riferimento a fenomeni naturali, Mt 5, 45 «Egli fa sorgere il suo sole...») e
6, 26‑30 («gli uccelli del cielo, i fiori del campo»). Anche per Paolo,
l'invisibile essenza di Dio, la sua eterna potenza e divinità «la ragione può
riconoscerle attraverso le cose create» (Rm 1, 20).
Ma al di sopra del regno della natura, per Gesú c'è
la parola rivelata del Padre, della quale vive lui stesso (Gv 4, 34) e ciascun
uomo (Lc 4, 4). Il suo ascolto diventa causa di parentela con il Figlio (Lc 8,
21) e di beatitudine (Lc 11, 28).
La
contemplazione religiosa della natura spesso riesce difficile ai cristiani,
soprattutto per il timore di cadere in una mentalità panteistica. D'altra parte
la nostra epoca caratterizzata dalla tecnica sembra oggi spostare generalmente
l'ottica dell'uomo al di qua del cosmo quale è uscito dalle mani di Dio. Una
considerazione piú approfondita della immagine del mondo quale risulta dalle
moderne scienze naturali potrebbe tuttavia penetrare nello spazio del nostro
salmo, e nello stesso tempo ampliarlo. E' certo che l'uomo d'oggi molto spesso
non vede piú nella rivelazione della volontà di Dio il proprio sole e la
propria luce. Egli non sa piú che cosa serve alla sua pace (= alla sua vita
piena). Dialogando pazientemente con lui è possibile far sí che si apra alla
comprensione del senso dell'antica Alleanza quale il nostro salmo l'intende, e
al corrispondente insegnamento fondamentale di Gesú. Un senso che altro non è
se non il misericordioso invito rivolto all'uomo perchè giunga al suo supremo
compimento.
Anch’io
vorrei cantare a Dio la mia gratitudine. La bellezza del creato narra la gloria
di Dio, la sua Parola è luce per gli uomini. Ma spesso non riesco né a sentire
nè a vedere.
IL SALMO DEL «BUON PASTORE»: SALMO 23 (22)
|
Un Canto di fiducia 1
Il
Signore è il mio pastore 2 Su prati d'erba fresca mi
fa riposare; mi
conduce ad acque tranquille,
mi guida
(mi rinfranca, mi guida) sul
giusto sentiero:
(per
amore del suo nome)!
di
nulla avrei paura, perché tu resti al mio fianco, il tuo bastone (il tuo bastone e il tuo vincastro) mi dà sicurezza.
6 La tua bontà e il tuo amore (felicità e grazia) starò nella casa del Signore |
IL SIGNORE E’ IL NOSTRO PASTORE
Il tema del pastore è uno dei temi
biblici privilegiati e un titolo molto spesso attribuito a Jhwh nell'AT e a
Gesù nel NT. Dato il contesto culturale accentuatamente pastorale non poteva
essere altrimenti. Giacobbe (cfr. Gn
48,15) aveva esclamato: «Dio è il mio pastore fin da quando esisto». Il
salmista tiene davanti agli occhi tutti i testi profetici di Jhwh, pastore
d'Israele e li fa suoi raccontando
sotto forma di preghiera la sua esperienza di pecorella che ha attraversato
mille pericoli fidando sempre nel suo unico pastore in cui ha trovato forza e
sostegno.
In Oriente l'ospitalità è una realtà
sacrosanta e chi è accolto come ospite nella tenda di un beduino viene
protetto anche da eventuali nemici e persecutori. Nel salmo la casa del Signore
viene vista come luogo in cui trovare rifugio e conforto. L'orante conosce
bene le Scritture e certamente l'accentuazione sul convito in cui egli si sente
ospite e commensale di Jhwh lascia intravedere il convito escatologico di cui
parlano tanti testi dell'Antico Testamento e del Vangelo. Egli si sente sicuro
dai suoi persecutori perchè avverte sempre accanto a sè la guardia del corpo
che il Signore gli ha dato e che egli chiama «la bontà», cioè la felicità e l'
«amore», cioè la misericordia di Dio.
IL
MODELLO LETTERARIO DEL SALMO
Il salmo 23 ci offre due quadretti:
da una parte il pastore che guida ai pascoli verdeggianti e difende da ogni
possibile pericolo il suo gregge. Dall'altra il banchetto apprestato con
abbondanza sotto gli occhi dei nemici, e l'assistenza premurosa della Bontà e
dell'Amore con il riposo finale nella
Casa del Signore. E il senso è quello della fiducia più riposante e
genuina.
E’ un canto. Il salmista prima
descrive le premure del Signore verso di lui e poi lo prega direttamente. In
tono di riconoscenza e con forte fiducia gli dice che il suo presente è sicuro,
glorioso e bello, e che anche ogni giorno del suo futuro sarà garantito.
MA QUAL’ E’
Un
antico ebreo osserva, ammirato, il comportamento di un pastore che ama le sue
pecore. Capisce: ecco, la sua situazione è come quella; con lui il Signore fa
proprio così, con grandissima generosità e premura! Allora lo prega: gli dice tutta la sua
riconoscenza (perché egli continuamente riceve tante cose bellissime…) e la sua
sicurezza (perché sa che non sarà mai abbandonato, e quindi non ha nessun timore
circa il suo futuro…).
IL SALMO 23 NELLA CHIESA DELLE
ORIGINI
Nella Chiesa primitiva quando nella
notte di Pasqua i neofiti uscivano dal fonte battesimale e si recavano in
processione in chiesa per ricevere la confermazione e partecipare per la prima
volta al banchetto eucaristico cantavano il sal 23 che perciò prenderà in
seguito il nome di «salmo dell'iniziazione cristiana». Così essi esprimevano la
loro fede nel Signore Gesù che aveva affermato di essere il «buon pastore» (Gv
10, 11), quello preannunciato dai profeti per i tempi messianici, per mezzo
del quale Jhwh si era rivelato vero pastore del suo popolo, come frequentemente
viene detto dai profeti (cf Ez 34). Il salmista certo non pensava neppure
lontanamente al significato sacramentale delle sue immagini ma aveva presente
i futuri tempi messianici, la possibilità di una vita di comunione intima con
Dio prima dell'incontro «faccia a faccia» con Lui, tutto quello che noi oggi
chiamiamo «vita sacramentale». «Ispirandoci ai Padri della Chiesa, potremmo
dire così. Dio, nostro pastore e nostro ospite, come ha fatto con Israele fa
con noi: non ci fa mancare niente. Tra i beni che ci ha elargiti il più grande
è senza alcun dubbio l'unione con Lui. Per comunicarcela ci ha dato i tesori
della vita sacramentale. Il nostro primo motivo di ringraziamento è per il
sacramento della Parola («erba sempre verde», come dicono i Padri), per l'acqua
che ci ristora e ci rigenera e che è il Battesimo, per l'effusione dello
Spirito qui presente nelle immagini dell'unzione dell'olio, del verbo
«consolare» e di tutto quell'insieme che suggerisce una pienezza di vitalità e
di forza fino al calice che trabocca e che ricorda l'effusione dello Spirito, e
per l'Eucarestia indicata dalla tavola imbandita e dal calice pieno fino
all'orlo. La vita sacramentale è la vita «in via». E' il viatico nel
pellegrinaggio del popolo di Dio verso la mèta: la dimora, in Canaan, nel
Tempio, in Cielo: «Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il
sole, né arsura di sorta, perché l' Agnello che sta in mezzo al trono sarà il
loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni
lacrima dai loro occhi» (Ap 7, 16‑17).
Conclusione felice di una felicità
che già riempie la vita del cristiano, e illumina questo salmo straordinario
con la limpidezza paradisiaca del v. 2: «su prati d'erba fresca mi fa riposare;
mi conduce ad acque tranquille», e la densità del v. 6: «La tua bontà e il tuo
amore mi saranno compagni tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa
del Signore per lunghissimi anni».
Si è giunti al «convito» (il misteh dei mistici posteriori), figura
ripresa nel NT: Lc 14, 16; Mt 22, 13, e cara ai mistici dei vari ambienti religiosi.
L'ospite ha disposto l'accoglienza e allestito la mensa nella propria Casa. E'
ANCORA PER NOI OGGI
Per noi cristiani questo salmo
richiama tante cose ma soprattutto il fatto che la pastoralità di Jhwh e la sua
accoglienza ospitale si sono incarnate in forma personale in Gesù. In modo
particolare due testi del NT vale la pena ancora ricordare, quello della Prima
Lettera di Pietro: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano
delle vostre anime» (
Anch’io posso capire con meraviglia
che la mia situazione è specialmente felice e sicura. Agli altri io dovrei
dichiarare d’ essere pieno di stupore e di contentezza per le moltissime cose
belle che ogni giorno ricevo. E soprattutto io so che posso parlare con il
Signore. Oltre ogni mio desiderio di richiesta (cioè ogni volontà di domandare
ancora qualcosa) la mia preghiera dovrebbe esprimere gratitudine e
riconoscenza: sia per quel che egli continuamente mi dona, sia perché mi
garantisce un futuro nel quale non si vede nessuna grande incertezza, nessun
limite.
IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO
La preghiera del Salmo 27
|
1 Salmo di Davide. Il Signore è mia
luce e mia salvezza, di chi avrò
paura? Il Signore protegge
la mia vita, di chi avrò timore? 2 Se i malvagi mi
assalgono e si accaniscono
contro di me, saranno loro, nemici e avversari, a inciampare e finire a
terra! 3 Se anche un
esercito mi assedia il mio cuore non teme; se contro di me si scatena una
battaglia ancora ho fiducia. 4Una cosa ho chiesto
al Signore, questa sola io desidero: abitare tutta la
vita nella casa del Signore, per godere la bontà del Signore e vegliare nel
suo tempio. 5 Egli mi offre un
rifugio anche in tempi difficili; mi nasconde nella
sua tenda, sulla roccia mi mette al sicuro. 6 Posso andare a
testa altadi fronte ai miei nemici. Nella sua tenda con grida di gioia
offrirò sacrifici, canterò e suonerò al Signore. |
7 Ascoltami, Signore,
io ti invoco: abbi pietà di me,
rispondimi. 8 Ripenso alla tua
parola: «Venite a me». E vengo davanti a te, Signore. 9 Non nascondermi il
tuo volto. Non scacciare con ira il tuo servo: sei tu il mio aiuto. Non respingermi, non
abbandonarmi,mio Dio, mio Salvatore. 10 Se padre e madre mi
abbandonano, il Signore mi accoglie. 11 Insegnami, Signore,
la tua volontà, guidami sul giusto
cammino perché mi insidiano i nemici. 12 Non lasciarmi nelle
loro mani: mi attaccano con calunnie e minacce. 13 Sono certo: godrò
tra i viventi la bontà del Signore. 14 «Spera nel Signore,
sii forte e coraggioso, spera nel
Signore». |
L’ESPERIENZA
DEL SALMISTA
Ecco qual è la situazione di chi
rivolge a Dio la preghiera conservata nel Salmo 27: disgrazie e nemici hanno abbattuto
questo povero uomo distrutto fino al punto che egli si crede in stato
d'inimicizia con Dio stesso. Allora ha deciso di rivolgersi a Lui con grido
appassionato per cercare di riottenere la sua protezione. Se da parte sua la
causa dei suoi mali è dovuta all'abbandono delle vie di Dio, di cui forse
consciamente o no si è reso colpevole, chiede ora di essere messo sul buon
sentiero, su una via dove non possa più smarrirsi, né inciampare.
Il
Salmo 27 nella sua forma attuale è in stretta relazione con i salmi che lo
precedono e con quelli che lo seguono. Con il Salmo 26 è collegato da uno
stesso atteggiamento di chi fa questa preghiera:
a) La
stessa fiducia nel Signore: Sal 27,5 e 26,1.
b)
Essere sul retto cammino: Sal 27,11 e 26, 12.
c) La
preoccupazione per la propria vita: Sal 27, 4.13 e 26,9.
Anche
con il successivo sal 28 i legami sono molto stretti:
a) Chi
prega confida nel Signore: 27,3; 28,7.
b) Il
suo cuore è turbato: 27,3.8; 28,7.
c) Chi
prega grida verso il Signore: 27,7; 28,1.
d) Con
forti grida: 27,7; 28,2.6.
e) Egli
vorrebbe appartenere alla terra dei viventi: 27,13; e non dei morti che
scendono nella fossa: 28,1.
f)
I
nemici sono assalitori: 27,2; 28,3.
g) Causa
di sventura: 27,5; 28,3.
h) Ritorna in entrambi il riferimento al Tempio:
27,4-6; 28,2.
Il
sal 27 è un salmo di fiducia, una fiducia che non deve vincere nemici esterni
ma la paura, la grande nemica interiore. Fiducia che vince ogni paura. La fiducia della prima parte del salmo
(vv.1-6) sfocia in un ringraziamento con canti e sacrifici della seconda parte
(vv. 7-14).
La
certezza della protezione divina e di qui la preghiera per vincere ogni paura.
«IL SIGNORE È MIA LUCE».
La prima parte del salmo è una preghiera fra le più belle del salterio,
sia dal punto di vista letterario che spirituale. L'umano e il terreno sfumano
per un istante verso il soprannaturale. Si direbbe che i pericoli e le ansie
della vita, invece di piegare lo sguardo del salmista verso il basso, gli diano
la spinta per un ardimentoso slancio in alto.
«Il
Signore è mia luce». Parola
evocatrice che esprime gioia, vita, festa, bene, contro la tenebra che dice
morte, tristezza, male. Il termine ebraico in questo contesto significa salute,
salvezza, letizia. Per il salmista Dio è luce perché appunto è per lui garanzia di vita, anche nelle insidie;
sicurezza e festosità di salute da chiunque e qualunque cosa possa costituire
una minaccia. Chi vede la via è sicuro di sé, perché scorge i pericoli, le
difficoltà e può evitarli. Per questo il salmista può congiungere i due
termini di luce e salvezza, mettendo insieme la metafora e la realtà. Concetto
molto ricco quello della luce. Applicato a Dio è presente spesso sia
nell'Antico che nel Nuovo Testamento.
Per
il clima di fiducia l'inizio del salmo somiglia a quello del Sal 23: «Il
Signore è il mio pastore, non manco di nulla» /«Il Signore è mia luce..., di
chi avrò paura?».
Non c'è motivo di paura per il salmista.
Il Signore è sua rocca, (il termine
si trova in ebraico anche se lo abbiamo tralasciato nella traduzione),
costituisce una fortezza inespugnabile attorno alla sua vita: chi potrebbe
fargli paura? (v.1).
Il
primo versetto annuncia il "motivo" sinfonico che il resto del salmo
svilupperà. All'inizio si prova subito la sensazione del pericolo incombente:
sono i perversi che insorgono, gli oppressori, i nemici. E l'intenzione è
chiara: vogliono divorare il salmista. Ma mentre tentano di realizzare il loro
progetto inciampano e cadono (v.2).
A
questo punto la visione s'allarga e dai nemici in genere si risale all'esercito
schierato e alla «battaglia». Anche se dovesse vedere davanti a sé un esercito
e trovarsi nella mischia della battaglia, il suo cuore sta saldo e non perde la
fiducia in Dio (v.3).
Nella sua situazione la cosa più desiderabile
è di andare ad abitare assieme al Signore, diventare coinquilino di Dio. Questo
solo egli chiede al Signore, questo solo desidera. Che paura può ancora fare il
mondo con tutte le sue preoccupazioni, i pericoli, le difficoltà per colui che
può passare tutti i giorni della sua vita nella casa di Dio? Divenuto inquilino
di Dio, quali mirabili prospettive! Godere dell'intimità stessa di Dio (v.4).
Il
salmista si è sollevato fino a Dio e sente il valore della protezione divina.
Dio lo nasconde nella sua «tenda», cioè nella parte più segreta del suo padiglione, dove egli è
irraggiungibile da parte dei nemici. Per lui la casa di Dio costituisce la fortezza
del suo rifugio (v.5).
Con
la sicurezza che gli viene dall'essere con Dio, protetto da Lui, nella sua
intimità, può alzare il capo sui suoi nemici. Non solo, ma può innalzare a Dio
sacrifici d'esultanza, cioè sacrifici di ringraziamento con canti e inni di
grazie al Signore. Elementi già riscontrati nel salmo 26, vv. 6-8 e chiamati
con termine ordinario tôdah /
«grazie» (v.6).
Col
v. 7 comincia la seconda parte del salmo. L'orante si rivolge a Dio con la forma caratteristica
dell'invocazione. Con una parola esprime il suo bisogno: ascolta la mia voce! Nell'essere esaudito sta la sua salvezza. Ho
bisogno del tuo aiuto (v.7).
Per catturare la benevolenza divina
assicura che non si è mai allontanato da Lui e non ha mai desiderato altro che
la sua presenza. Se vuoi che Dio ti prenda in considerazione, se vuoi sperare
che ti soccorra devi andare da lui, «cercare la sua faccia», cioè recarti nel
suo santuario e là pregarlo direttamente. Perchè là egli si manifesta. Questo è
in realtà quanto egli ha fatto e fa tuttora, «il tuo volto, Signore, io
cerco...Non nascondermi il tuo volto» (v.8).
Ora
può presentare la sua preghiera, prima in forma negativa, poi in forma
positiva.
Quando
un imputato si presenta in tribunale, al giudice e al re, può essere invitato a
esporre la sua causa (così la regina Ester davanti ad Assuero, il quale piega
lo scettro in segno di assenso) o essere rifiutato. Affinché ciò non capiti a
lui, il salmista supplica Dio: «Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non
abbandonarmi, Dio della mia salvezza". Da una parte la sua condizione
triste e disperata, dall'altra però il suo attaccamento costante a Dio,
l'impegno di Dio con lui come aiuto e salvezza (v.9).
L'orante
avverte di avere convinto Dio a dargli ascolto e il suo cuore si apre alla
speranza: «Abbandonato dal padre e dalla madre», si sente in quell'istante
raccolto da Dio. Con un'affermazione di fiducia chiude così la prima parte
della sua supplica. Sarebbe difficile per noi conoscere le circostanze e il perché
di codesto abbandono da parte dei genitori. Non deve essere dovuto unicamente
a una disgrazia o a una guerra. Il verbo usato per esprimere tale abbandono è
il verbo ebraico 'azab /
«abbandonare». Si tratta di un abbandono cosciente e voluto come quello di cui
si lamentò Gesù in Croce. Vedendo il figlio assalito da disgrazie e nemici,
anche i genitori lo hanno creduto colpevole e, per timore di Dio, non hanno
avuto più il coraggio di sostenerlo e di difenderlo. I genitori possono
sbagliare, ma Dio che vede in fondo al cuore e conosce la vera colpevolezza e
l'innocenza, non giudica secondo l'apparenza e perciò ha pietà del salmista
(v.10).
Può
darsi che per un momento si sia sbandato, sia uscito fuori dalla via diritta.
Chiede quindi al Signore: «Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto
cammino», per evitare l'assalto dei nemici (v.11).
Lo
tenga quindi in guardia da coloro che usano normalmente la menzogna e la
violenza per abbattere il giusto (v.12).
Vittorioso
sui nemici potrà contemplare la bontà di Dio nella terra dei viventi. Potrà
presentarsi al suo santuario, prendere parte al culto, come vivo tra i vivi
(v.13).
Se
questa volta è avvenuto così, nulla vieta che possa avvenire così anche in
seguito. E' ciò a cui invita la conclusione finale. «Spera in Dio», è la grande
parola! Qualunque cosa possa capitare, spera sempre. Verranno i momenti di
crisi in cui pare che tutto sia perduto. Sono i momenti in cui occorre che il
tuo cuore non vacilli. Allora soprattutto: «Spera nel Signore». Con questa
speranza ferma si chiude il salmo (v.14).
IL SALMO 27 E GESU’ DI NAZARET
Anche
questo salmo riflette, come tanti altri, l'ambiente religioso postesilico in
cui si è formata la spiritualità degli anawim
/ «i poveri del Signore» che si svilupperà fino al NT.
La
tradizione cristiana, a partire dai Vangeli, attraverso i Padri e nella
Liturgia fino ai nostri giorni, ha sempre visto in questo salmo una profezia
della Passione del Signore. Il v.12 ha certamente influenzato il racconto della
Passione nei vangeli di Matteo e di Marco. Anche il sal 35,11-12 ha un testo
molto simile.
Ma oltre gli evangelisti c'è un passo della
Lettera agli Ebrei che ha un vocabolario simile e che appare come una
meditazione teologica sulla Passione:
«Proprio
per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche
con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito
per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l' obbedienza dalle cose
che patì» (Eb 5,7-8).
L'inizio
della seconda parte del salmo conferma ancora di più come i primi cristiani
vedessero in questo salmo una descrizione avant-lettre delle sofferenze di Gesù
durante la sua passione. Basti notare la somiglianza di Sal 22,2 con Sal 27,9.
Però
il Sal 27 contiene anche parole e espressioni di fiducia e di speranza che
potremmo vedere bene sulle labbra del Signore Risorto rivolte al Padre: Sal
27,6. L'espressione «posso andare a testa alta» è la resa in forma semplice di
«ha glorificato la mia testa al di sopra dei miei nemici...». Il salmo è stato
considerato anche profezia della glorificazione di Gesù.
I
Padri hanno interpretato la casa del Signore come la Chiesa del Dio vivente.
Qualcuno ha dato del salmo una interpretazione battesimale: i catecumeni prima
del battesimo aspirano ad abitare nella casa del Signore, nel regno di Dio.
Agostino vede nella persecuzione di cui è oggetto il salmista le difficoltà che
il cristiano deve affrontare nel mondo in cui vive per essere coerente con la
propria fede.
Abitare
nella casa del Signore e contemplare il volto di Dio è lo scopo di tutta la
vita cristiana. La pienezza la si godrà soltanto nella Gerusalemme celeste ma
questa si costruisce gradualmente nel cuore dei fedeli per mezzo della fede,
della speranza e della carità. In mezzo alle sofferenze e alle difficoltà della
sua vita quotidiana il cristiano può gridare con il salmista.
LA
FIDUCIA È LA SPINA DORSALE
Dai
primi versetti è presente con forza il tema della «fiducia» fino al v.13 dove è
espressa esplicitamente e appare come l'oggetto dell'oracolo. Fiducia per
prendere l'iniziativa con coraggio e con forza; fiducia che si manifesta
nell'intimità, nella pace e nel silenzio e non nell'agitazione: «Marta, Marta,
tu ti preoccupi per troppe cose. Una sola cosa è necessaria». Cercare il volto
di Dio, conoscere la sua dolcezza, ricevere
Il
Sal 27 può apparire come il grido di fiducia di coloro che hanno messo Dio al
primo posto. Il popolo di Dio in cammino, la Chiesa di cui Cristo è la luce, lo
Sposo, il Signore Risorto (questo salmo si recita al mattutino del sabato
santo). Con la Chiesa, come a Cristo anche a noi è promessa la vittoria:
«Il vincitore lo porrò
come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà
CANTO DI
RINGRAZIAMENTO
DOPO UNA MALATTIA: SALMO 29 (30)
|
1
--- 2 Ti esalto, Signore,
perché
mi hai risollevato, non
hai permesso ai miei nemici di
godere delle mie sventure. 3
Signore,
mio Dio, ho gridato aiuto e tu mi hai guarito. 4 Mi hai sottratto al
regno dei morti, hai
salvato la mia vita dalla tomba. 5 Cantate al Signore,
voi suoi fedeli, lodatelo
perché egli è santo. 6
La
sua ira dura un istante, la
sua bontà tutta una vita. Se
alla sera siamo in lacrime, al
mattino ritorna la gioia. 7
Stavo
bene e pensavo: «Non
corro alcun pericolo». 8 Tu sei stato buono
con me, mi
hai reso stabile come una montagna; ma quando mi hai nascosto il tuo sguardo,
la paura mi ha preso. 9 A te, Signore, ho
gridato, a
te ho chiesto pietà: 10
«Se
muoio e finisco nella tomba, che
vantaggio ne avrai? I
morti non possono più lodarti, non
proclamano la tua fedeltà. 11
Ascoltami,
Signore, abbi pietà, Signore,
vieni in mio aiuto». 12
Hai
cambiato il mio pianto in una danza, l'abito di lutto in un vestito di festa. 13
Senza mai tacere, io ti loderò, Signore, per
sempre, mio Dio, ti voglio celebrare. |
«Canto di ringraziamento per
la guarigione da una malattia»? Questa espressione forse esprime molto bene il
genere letterario del salmo. Da una analisi accurata infatti appare chiaro
trattarsi di un «canto di ringraziamento» in un primo momento a carattere
individuale: l'esperienza di un israelita malato che dopo aver invocato il
Signore viene guarito ed esce in un inno di ringraziamento al Signore. Solo in
un secondo momento acquisterà poi un carattere nazionale. Il salmo è stato
quindi, in genere, riconosciuto dai commentatori ed esegeti come un canto di ringraziamento dopo una malattia.
Basta infatti una lettura attenta e calma del testo, senza prevenzioni, per
accorgersi che questa opinione è vera.
Canto di ringraziamento dopo una malattia. Una serie di immagini opposte: malattia-guarigione: vita-tomba; ira-bontà; sera-mattino; pianto-gioia; risalire-scendere; sicuro-turbato; lutto/danza; monte sicuro-volto nascosto; lodare/tacere. Queste immagini sviluppano <