IN PROGRESS

 

 

SALMI PUBBLICATI IN “ PRESENZA CRISTIANA” 2003-2005

 

Incontrare Dio nella preghiera dei Salmi (gennaio 2003)

Che cos’è la Lectio Divina (febbraio 2003)

Ancora sulla Lectio Divina

 

23

24 (23)

25 (26)

26 (25)

29 (30)

29                                       8 (2005)

31 (30)

44 (45)

45 (46)

50                                       3 (2003)

51                                       4 (2003)

56

56 (57)

62 (61)

67 (66)

69                                       5 (2003)

69 (70)

71                                     10 (2003)

76 (75)

77                                       9 (2004)

81 (82)

83 (82)

84 (83)

84

87                                       2 (2004)

90 (89)

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95 (96)

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96                                       6 (2005)

97                                       4 (2004)

98                                       5 (2004)

118                                     3 (2003)

133                                     1 (2004)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 1

INCONTRARE DIO NELLA PREGHIERA DELLA CHIESA

La preghiera dei Salmi

 

1. Luce della parola di Dio per la mia vita

«Lampada sui miei passi è la tua parola,

luce sul mio cammino.

Ho giurato e sarò fedele:

ubbidirò alle tue giuste decisioni.

Tocco il fondo dell'umiliazione, Signore:

fammi rivivere, come hai promesso.

Accetta in offerta la mia preghiera, Signore:

fammi conoscere le tue decisioni.

Ad ogni istante rischio la vita,

eppure non dimentico la tua volontà.

I malvagi mi hanno teso un tranello,

ma non abbandono i tuoi decreti.

I tuoi ordini sono tutto il mio bene,

la gioia del mio cuore senza fine.

Sono deciso a praticare le tue leggi,

sono la mia ricompensa per sempre» (Salmo 119, 105-112).

 

Mi è capitato, in questi ultimi anni, di entrare talvolta in una chiesa verso sera e di assistere a una cosa un po' nuova e non tanto comune. Il popolo era riunito in preghiera per la cele­brazione dell'Eucarestia e guidato dal sacerdote celebrante reci­tava da un piccolo libretto, a cori alterni, la preghiera dei salmi. Ammirato e un po' sopreso ho chiesto poi al sacerdote in sacrestia di che cosa si trattava e mi ha risposto che era suo desiderio aiutare il popolo di Dio a far uso, come la liturgia rinnovata raccomanda, della preghiera dei salmi non solo nella Messa ma anche con la recita di Lodi e Vespro assieme al popolo.   

Certo  questo atteggiamento e questa nuova prassi è degna di ogni elogio e sempre più le parrocchie, i gruppi di spiritualità e apostolici, le famiglie e singoli cristiani apprezzano la ric­chezza della preghiera delle Ore, soprattutto quella delle Lodi e dei Vespri.

            Tuttavia penso che non sempre sia facile comprendere alcuni salmi e perciò sintonizzarsi con essi. Sia per il loro significa­to biblico che nella loro applicazione al mistero di Cristo e per la trasformazione in preghiera e vita cristiana. Occorre perciò una certa istruzione e catechesi.

            Nella Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II all’inizio del Nuovo Millennio (“Novo millennio ineunte”) il Papa invita i cristiani ad imparare sempre meglio «l’arte della preghiera» alla scuola di Gesù, il suo divino Maestro.

            E’ bello imparare a valorizzare sempre più la preghiera di Gesù e della Chiesa, quella preghiera chiamata con il nome di «Salmi».

            E’ perciò indispensabile avere una opportuna catechesi sui salmi dato il loro grande uso nella Messa e nella Liturgia delle Ore. Dobbiamo «imparare ad attingere da essi un autentico spirito di preghiera, e perciò con una idonea formazione imparare a comprendere i salmi in senso cristiano, in modo da arrivare a poco a poco a gustare e a praticare sempre più la preghiera della Chiesa» (dai «Principi e Norme per la Liturgia delle Ore» 23).

            Perciò già dall’anno appena trascorso il Papa ha dedicato alcune delle sue catechesi settimanali del mercoledì al tema dei salmi. Vogliamo seguire il suo esempio imparando a capire soprattutto quei salmi che usiamo più di frequente nella preghiera eucaristica e nella cosiddetta «liturgia delle ore», cioè quella preghiera che ci aiuta a santificare le ore della giornata.

            Ma in realtà,

 

2. Che cosa sono i Salmi?

«Un microcosmo di tutto l'Antico Testamento» o anche «il riassunto di tutta l'esperienza spirituale di Israele»: i grandi temi dell'AT sono ripresi sotto forma di preghiera, così pure le grandi tappe della storia della salvezza, dalla creazione all'e­sodo, alla terra promessa, all'esilio, al ritorno. I salmi non sono composizioni fatte a tavolino, ma hanno le loro radici nella vita di preghiera della comunità e dei singoli, prima della comunità e poi dei singoli.

            Il libro dei salmi così come si presenta ora nella Bibbia si è formato verso la fine dell'epoca persiana. Esso però contiene raccolte di salmi che si sono formate lungo i secoli e molti sal­mi antichi sono stati riletti e ritoccati lungo la storia.

            E' difficile ricostruire la storia della formazione di que­sto libro. Una cosa è certa: il libro dei salmi contiene il rac­conto della scoperta quotidiana della presenza di Dio nella vita degli Israeliti sia come popolo che come singoli fedeli.


            E' un racconto sulle situazioni più diverse, riprese, adat­tate, completate. Il Salterio è un libro scaturito dall'esperien­za della vita. Non c'è situazione di vita, intesa come ricerca di Dio o di incontro interiore con lui per lodarlo, ringraziarlo, chiedergli aiuto, lamentarsi con lui che non sia presente nei salmi. Per l'uomo che vive questa ricerca di Dio le preghiere dei salmi sono già in lui, chiedono solo di esprimersi.

            I salmi appaiono perciò come la risposta umana piena di dub­bi, di crisi, di rifiuti al dialogo con Dio. Sono lo specchio dei problemi, delle sofferenze e delle gioie di tutto un popolo. E' una preghiera che non viene rivolta a Dio in un convento ma nelle città, nelle feste, nei lutti, nella politica, nella giustizia sociale.

E' la vita concreta la prima situazione vitale che aiuta a capire lo stesso «genere letterario» dei salmi. Ed è questa vita concreta che dobbiamo incontrare leggendo i salmi per vedere come in ciascun salmo «preghiera e vita» sono in intimo rap­porto.

Ecco alcune situazioni paradigmatiche della vita e della preghiera dei salmi.

 

3. La supplica

E' risaputo che i salmi di «supplica» o di «lamentazione» sono il genere letterario più esteso del Salterio. Si pensa che oltre il 55% dell'intero salte­rio sarebbe costituito da suppliche.

La supplica è il grido del povero, dell'emarginato, del per­seguitato, dell'infelice, del disgraziato, di chi vive in uno stato di profonda umiliazione e si abbandona al Signore. Rifiuta­to da tutti, pone solo in Dio la sua fiducia perché Egli è l'uni­co che lo può salvare. Il sofferente grida a Dio, questi interviene con la sua bon­tà, cambia la situazione, e colui che prima soffriva, una volta riabilitato, innalza a Dio il suo canto di lode e di ringrazia­mento. Chi prega chiede a Dio che si rivolga a lui, intervenga e lo aiuti. La lamentazione è il modo normale di rivolgersi a Dio quando si è nella sofferenza e nel dolore, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. A questo grido risponde la bontà e la misericordia di Dio Salvatore. La sofferenza di ogni giorno, presente nell'uomo, ha bisogno di sfogarsi con Dio. Il luogo più normale è quello della preghie­ra. L'uomo fa tutti i giorni l'esperienza del dolore in molti mo­di: per esempio nella malattia, nella morte di una persona cara, nel fallimento e nell'insuccesso, nella calunnia e nell'oppres­sione.

La lamentazione è il linguaggio proprio della sofferenza.


Il linguaggio della sofferenza concretizzato in queste due domande: "perché?" e "fino a quando?" si è un po' perduto nella nostra preghiera cristiana. Sembrerebbe una bestemmia mentre è l'espressione della fiducia in Dio che ha creato l'uomo e quindi deve prendersi cura di lui. Se incontriamo una persona che soffre veramente, l'unica co­sa da fare è lasciare che si sfoghi. E perché questo esprimersi e questo sfogarsi non può avvenire anche con Dio? Perchè non river­sare in lui il proprio cuore come dicono i Salmi?

            Un esempio di questa preghiera di supplica di chi è nel do­lore è il Salmo 6.

E' il «pianto di un malato».

L'interrogativo angoscioso: «fino a quando, Signore, aspet­terai?» (v.4b) tipico dei salmi di lamentazione è il cuore del salmo. L'orante è cosciente che la sua malattia è forse conse­guenza di qualche suo peccato come capita nella vicenda di Giob­be.

Come nel Sal 38,2, l'orante chiede a Dio con fiducia di per­donarlo e di aiutarlo nella sua malattia.

E' un ammalato grave che non solo si sente allo stremo delle forze ma anche psicologicamente ha perso ogni capacità di reagi­re. Non gli resta altro da fare che «passare le notti nel pianto, trovarsi in un mare di lacrime».

In questo stato di depressione assoluta si ricorda dell'«amore fedele» di Dio. E' un peccatore e non merita la gua­rigione, ma l'amore fedele di Dio è superiore ad ogni attesa. E allora chiede al Signore: «vieni ancora a liberarmi» (Sal 6,5). Chiede a Dio di lasciarlo in vita perché possa continuare ad es­sere in comunione con lui.

 

4. I salmi di fiducia e di ringraziamento

In antitesi all'amarezza del lamento e dell'angoscia ci sono i salmi di fiducia e di ringraziamento. Questo motivo della fidu­cia permea quasi tutti i salmi ed è l'atmosfera normale nella quale avviene la preghiera. Una fiducia che si fonda sulla fede incrollabile in Dio, sicuro punto di riferimento di ogni uomo.

L'uomo che a sera, prima di andare a dormire e dopo aver fatto l'esperienza dell'amore di Dio, esprime tutta la sua confi­denza in lui dicendo:

«A me, Signore, hai dato una gioia

che val più di tutto il loro grano e il loro vino.

Tu solo, Signore, mi dai sicurezza:

mi corico tranquillo e mi addormento»

(Sal 4,8‑9).

Il pio israelita tentato dal mondo che lo circonda, materia­lista e gaudente che non ha bisogno di Dio, sceglie lui solo:

«Jhwh, la mia felicità sei tu!»(Sal 16,2).

E' una scelta radicale fonte di una felicità che i pagani non possono comprendere e che gli permette di descrivere la sua vita di intimità con Dio.

Troviamo nel Salmo 16 tutto il vocabolario della gioia: «mia felicità, mio bene, mia eredità, mio calice inebriante, mia sor­te, mia parte meravigliosa, mia gioia, mia festa...».

 

5. L'uso dei salmi nella liturgia cristiana della Parola

               Già nella liturgia d'Israele i salmi avevano un ruolo di grande rilievo. Non si sa molto su come si svolgevano le funzioni liturgiche ma certamente alcuni cantori avevano la responsabilità del coro nel santuario: si parla dei figli di Core e dei figli di Asaf. Sono singole raccolte più tardi inserite nel Salterio. I salmi non erano solo recitati ma cantati e accompagnati con nume­rosi strumenti. Alcune volte si danzava anche. L'assemblea si univa al coro con il canto di ritornelli come si può dedurre da alcuni salmi o con il dialogo tra diversi gruppi. Benchè, come si deduce dall'uso dei salmi nel NT, si debba pensare che i primi cristiani avessero familiarità con queste raccolte, forse nei primi due secoli i cristiani durante le loro celebrazioni ai sal­mi preferivano preghiere e inni cristiani anche se intrisi di versetti tratti dai salmi, mentre queste preghiere erano usate per la meditazione. Più tardi per motivi dottrinali la Chiesa ri­prese i salmi e li inserì nella sua liturgia della Parola, non solo ma la gran parte dei salmi fu il fondamento della liturgia ebraica e cristiana. Dal III al VI secolo il salmo dopo la pri­ma lettura veniva cantato da un salmista da un ambone e tutta l'assemblea si univa ripetendo come ritornello il versetto più significativo del salmo stesso (l'antifona!). In altre parole ri­spondeva alla Parola di Dio promulgata nella prima lettura (di qui chiamato salmo responsoriale!). Abbiamo ripreso oggi questa usanza di ripetere un salmo o parte di un salmo quasi come un'eco alla prima lettura ed è bene, quando è possibile, che questo sia cantato. In genere è stato scelto in funzione della prima lettura la quale, a sua volta, è stata scelta in funzione del Vangelo. Così il salmo responsoriale prepara ad accogliere il Vangelo.

Il salmo responsoriale permette alla Parola di Dio ascoltata nella prima lettura di penetrare più profondamente in noi. Attra­verso la nostra risposta comune, ci unisce in una sola voce. Inoltre la liturgia cristiana ricorre continuamente ai salmi con «l'antifona d'ingresso», l'«acclamazione al Vangelo» e l'«antifona di comunione».

            In conclusione, i salmi sono attuali perché sono davanti a Dio l'espressione di esperienze, di situazioni, di sentimenti at­traverso cui passano gli uomini di tutti i tempi. Quando io li recito mi metto in comunione con tutti coloro che prima di me, sia giudei che cristiani, si sono riconosciuti e si sono sentiti espressi in queste formule di lode e di adorazio­ne, in questi lamenti, in queste suppliche e in questi appelli di speranza e di fiducia. E' interessante scoprire come Gesù ha utilizzato i salmi, espressione prima della preghiera del suo popolo, e come i primi cristiani hanno riletto alla scuola di Gesù i salmi in funzione di lui. «Come ogni buon israelita. Gesù ha pregato con i salmi. Il Salterio è stato il suo manuale di vita liturgica e il suo libro di preghiera privata. Certo, il Vangelo resta muto su questo pun­to. Ma mostra Gesù troppo preoccupato di conformarsi agli usi dei suoi contemporanei e troppo familiarizzato con il contenuto dei salmi perché se ne possa dubitare» (L.Jacquet). La tradizione cristiana ha riletto i salmi alla luce dell'Incarnazione del Verbo, alla luce di Gesù. Il mistero dell'Incarnazione è perciò la chiave di lettura cristiana dei salmi.

            Quando l'assemblea liturgica canta o recita un salmo, lo fa in quanto comunità ecclesiale, in quanto corpo di Cristo, in quanto sua sposa prediletta. Essa manifesta se stessa al Signore, con tutta sincerità con i beni che riceve da lui, con le sue zone d'ombra e le macchie da cui egli la purifica. E' perciò la pre­ghiera della Chiesa che si esprime anche attraverso i salmi. Per essa la Chiesa penetra di più nel mistero della salvezza. Mistero da accogliere oggi continuamente come un tempo è avvenuto per il popolo di Israele di cui essa è erede.

 

6. Che cosa fare concretamente

            Acco­stiamoci alla Bibbia e nutriamo la nostra vita spirituale alla sorgente pura della Parola di Dio, non rinunciamo alla comprensione profonda del testo Lo faremo con una serie di articoli sui diversi salmi usati nella liturgia sia eucaristica che delle ore.

            Ogni cristiano è chiamato ad amare e vivere i Salmi. Nella meditazione e nella riflessione costante si scopre l'arte della vera preghiera e il modo di far passare i sentimenti dei Salmi nella vita. Praticamente ruminare e assapo­rare i sentimenti del salmista cercando di farli propri, di rivi­verli e di assimilarli. Poi cercare di scoprire i pensieri che aveva il salmista per applicarli a se stessi in vista di un pro­fitto personale. In altre parole trarre dai Salmi quelle idee universali inserite nel contesto concreto del mondo orientale an­tico per introdurle nell'esistenza reale di tutti i giorni. Tra­sportare nella società di oggi le idee religiose enunciate dal salmista arricchendole delle realtà e del compimento veterotesta­mentario.

            In poche parole trattare il Salterio da vero amico a cui si confidano le proprie cose, in cui si cerca sollievo, conforto, luce, forza...

Oppure, «considerare il Salterio come la fiducia della fi­danzata in Colui che essa ama, il balbettio del bambino con la sua mamma, il libro di un popolo che vive alla presenza di Dio» (E.Charpentier). Non ci sono tanto delle idee, nè dei sentimenti, quanto delle sensazioni: c'è la vita semplice e senza raggiri di un popolo che vive a cuore aperto davanti al suo Dio:

«Signore tu mi scruti e mi conosci;

 mi siedo o mi alzo e tu lo sai.

 Da lontano conosci i miei progetti:

 Ti accorgi se cammino o se mi fermo,

 ti è noto ogni mio passo» (Salmo 139,1‑3).

 «Il mio corpo per te non aveva segreti,

 quando tu mi formavi di nascosto

 e mi ricamavi nel seno della terra» (Salmo 139,15).

            Il salterio è il libro di un popolo talmente spontaneo e sincero davanti al suo Dio, che ciascuno di noi, nel corso dei secoli, vi si ritrova espresso con tutta la sua interiore espe­rienza.

 

 

Capitolo 2

IL SALMO DELLE DUE VIE (SAL 1)

 

1. Lectio

I primi due salmi hanno sempre avuto legami molto stretti fra loro sin dall'antichità, sono come una prefazione all'intero salterio: vengono con essi presentati dall'inizio sia l'ideale morale del credente (Sal 1) che la sua speranza messianica (Sal 2).

Sono una introduzione sapienziale e profetica al Salterio. Il primo salmo infatti con un linguaggio sapienziale offre una "lezione di vita" completa, dall'A alla Z, perchè il salmo comincia proprio con la prima lettera dell'alfabeto ebraico "Aleph" e si chiude con l'ultima lettera "Taw". Il secondo salmo si presenta come una profezia messianica e introduce quella linea messianica, spina dorsale della Bibbia, che accompagna in forma lirica tutta la raccolta dei salmi.

Con uno sguardo unitario i Sal 1‑2 e 149‑150 (il Sal 150 è la "somma" dei canti di lode che Israele e tutti i popoli del mondo devono cantare) cambia l'immagine del re di fronte a Sal 2,1‑9: il re di Sion chiama i re dei popoli a lasciare la via del male e ad andare sulla via del bene, assumere e praticare la "sua Torah" (cf Sal 1,2), cioè i salmi che indicano e che guidano sulla via della sapienza e della salvezza (cf Sal 138,4).

Il primo salmo viene chiamato da S.Girolamo: la "prefazione dello Spirito Santo", ed è un degno portale di quella maestosa "cattedrale della preghiera" quale è il Salterio.

La prima parola del salmo comincia con la prima lettera dell'alfabeto ebraico, alef, e l'ultima con l'ultima lettera taw. Nel NT quando Giovanni dice che Gesù è l'alfa e l'omega, il principio e la fine dice la stessa cosa. La Parola di Dio che è al centro di questo salmo e Gesù sono il riassunto della totalità della Legge, quanto bisogna sapere per avere la vita.

 

2. Meditatio

Rileggiamo il salmo seguendone la struttura dal punto di vista del contenuto:

* Prima Parte: vv. 1‑3: l'uomo e la Torah

Dopo la "beatitudine" iniziale si evidenzia (1) l'aspetto negativo:il ritratto dell'uomo giusto viene introdotto come in altri salmi di tipo sapienziale con la "beatitudine" del giusto. Seguono poi tre caratterizzazioni negative dell'empietà che il giusto rifiuta: muoversi nell'ambiente del male, fermarsi per dare ascolto ai peccatori, stare con chi bestemmia Dio, ma nel senso più ampio della parola, partecipando alla loro mentalità. Vengono usati tre verbi in progressione crescente che fanno risaltare la netta separazione del giusto da ogni contatto con l'ambiente del male. Il male è visto incarnato in tre categorie di persone. La prima, più generale, è quella dei "malvagi" che spesso nel libro biblico dei Proverbi appare in coppia con i giusti e mette in evidenza il motivo della retribuzione personale nei sapienziali: malvagità non solo nei riguardi degli uomini ma anche di Dio, come ha molto bene interpretato la traduzione greca seguita da quella latina, traducendo il termine ebraico con "empio". La seconda categoria, anche abbastanza generale, quella dei "peccatori" termine con cui traduciamo una parola che nell'etimologia ebraica significa "coloro che hanno sbagliato il bersaglio". Infine, l'ultimo termine, più raro in ebraico, che indica quelli che "bestemmiano" Dio, cioè lo deridono, ironizzando anche sul suo vero interesse per gli uomini ma che, oltre questa sfumatura teologica, indica quelli che, diffamando i fratelli, creano disordine in comunità. Nel v. 2 si contrappone invece (2) l'aspetto positivo: il giusto non solo evita la compagnia dei malvagi, dei peccatori e dei bestemmiatori, ma trova anche la sua gioia, "si compiace" nella sua adesione alla "Torah del Signore".

Il vocabolo "torah" ricorre nel versetto due volte, quasi per accentuarne la centralità. Non si tratta della Legge intesa in senso normativo, ma della Bibbia, della Parola di Dio, della volontà di Dio sull'uomo espressa nel messaggio della rivelazione divina. I termini qui usati per esprimere l'entusiasmo del salmista per la Parola di Dio sono due: quello da noi tradotto con la parola "gioia, delizia" e che ha anche la sfumatura di "progetto, impegno".

E' quella gioia che scaturisce dalla frequentazione diuturna della torah nel suo significato più genuino di Parola di Dio e di conseguenza di Legge, come espressione della volontà di Dio.

E l'altro termine è il verbo tradotto con "studia‑medita" ma che etimologicamente in ebraico ha il significato di "rimuginare" e che esprime con un'immagine, l'assidua lettura della torah in quanto coinvolgente tutta la persona di chi vi si dedica. La traduzione greca ha interpretato diversamente il verbo, nel senso di "si eserciterà", mentre il latino più vicino all'ebraico ha reso il verbo con "meditabitur/mediterà". Proprio come in Gs 1,8: "non recederà il libro di questa legge dalla tua bocca, e mediterai in essa giorno e notte". Il verbo "meditari" nel latino dei monaci cristiani antichi significava: "mormorare", "recitare", "meditare a bassa voce". Si "meditava" anche mentre si camminava, o si lavorava assieme o per conto proprio. Era quindi normale conoscere tutto il salterio a memoria. In alcuni paesi per dire che si pregano "tre rosari" si dice che si prega un "salterio" (150 Ave Maria = 150 Salmi). Chi non conosce i salmi, recita le avemaria. Fino a S.Benedetto i monaci hanno sempre recitato un salmo dopo l'altro nell'ordine con cui si incontrano ora nel salterio. Dopo il Sal 150 si ricominciava dal Sal 1. Tutto il salterio veniva recitato in un sol giorno (sono sufficienti quattro ore e mezza!). E' probabile che il salterio sia stato scritto come testo di meditazione piuttosto che come libro di canto. Ci sono diverse linee che vanno da un salmo all'altro e che è possibile cogliere soltanto se si medita un salmo dopo l'altro.

Nel v. 3 segue il paragone illustrativo del giusto: c'è un passaggio improvviso dal linguaggio reale a quello figurato con il famoso simbolo dell'albero frondoso. Forse la palma. Eccola piantata lungo corsi di acqua perenne. Anche quando si erge nel deserto isolata o in gruppo, segna la presenza dell'acqua. Cresce e lancia nelle altezze la sua chioma svettante quando può affondare le sue radici negli strati più umidi.

Il frutto, i grappoli di datteri d'oro, non può mancare quando giunge la sua stagione e i rami verdeggianti non conoscono autunno. Simbolo parlante di buon successo a cui il giusto porta ogni sua iniziativa. C'è poi di nuovo un passaggio immediato dal linguaggio figurato a quello reale. Ma probabilmente il salmista parlando dell'albero verdeggiante ha sempre davanti agli occhi il giusto di cui sta parlando. La parte finale del salmo "porta al successo tutte le sue opere" per qualcuno farebbe pensare a un soggetto sottinteso, a Dio. Ma forse è meglio collegarlo con il giusto che "in tutto ciò che fa, riesce". Ma non si tratta di un successo puramente umano. Tutta la vita di chi crede acquista un significato, quello della croce che salva.

* Seconda parte: vv. 4‑5: l'uomo senza la Torah

La seconda parte del salmo è introdotta dall'immagine della pula‑paglia che fa da parallelo antitetico all'albero frondoso della prima parte appena illustrato nel v. 3. E' un contrasto potentissimo. I malvagi e gli empi, già descritti nella prima parte, come malvagi, peccatori, bestemmiatori non hanno in se stessi alcuna consistenza. Quando la giustizia di Dio li colpisce sono trascinati via come paglia in balia del vento quando il contadino sull'aia vaglia il grano. Questa immagine della pula non è nuova nel linguaggio biblico e verrà ripresa anche dal NT nell'annuncio del giudizio di Cristo fatto da Giovanni Battista. "Egli ha in mano il ventilabro, per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile" (Lc 3,17).

Segue un paragone illustrativo del malvagio e la sua descrizione. Al centro di questa seconda parte c'è il verbo "risorgere" con le tante possibilità di interpretazione del verbo ebraico, o quella reale di carattere "giudiziale", nel senso cioè di alzarsi per difendersi o quella escatologica, quando gli empi non risorgeranno e "saranno condannati in giudizio". Forse è questo il vero significato, quello del giudizio di Dio per i malvagi che però inizia già in questo mondo. Secondo la teologia dell'AT Dio non aspetta il giudizio ultimo e definitivo per premiare il giusto e per punire il malvagio. Come sembra dire questo v. 5 i peccatori verranno esclusi, scomunicati dall'assemblea dei giusti, cioè di quelli che detestano il male e anche chi lo compie vivendo in una continua adesione alla Parola di Dio.

Il versetto conclusivo ci offre il senso dei due quadretti contrapposti: il Signore sa, conosce (nel senso semitico di amare!) e perciò protegge la via (cfr. Parole‑chiavi) dei giusti ed è sempre pronto ad intervenire, se è necessario, in loro soccorso. Mentre la via dei peccatori ha in se stessa elementi di disgregazione e di rovina, per cui non occorre che intervenga il giudizio di Dio. Dio è la fonte della vita: chi si allontana da lui si destina alla morte.

 

3.Oratio

Una prima linea di rilettura cristiana di questo salmo è data senza alcun dubbio dalle "beatitudini" del Regno pronunciate da Gesù all'inizio della sua missione e di cui conserviamo la redazione di Matteo e di Luca. Il racconto di Luca conserva anche la parte dedicata alle maledizioni (Lc 6, 20‑26).

L'immagine poi dell'albero buono e dell'albero cattivo che danno frutti buoni o cattivi è anche frequente sulle labbra di Gesù: basti pensare a Mt 7. Nel Vangelo di Giovanni si dice che Gesù si è paragonato a una vigna fruttuosa. Gesù è colui che ha messo in pratica più di qualsiasi altro il contenuto di questo salmo: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato" (Gv 4,34). E la beatitudine di chi ascolta la parola e la mette in pratica è riservata a Maria di Nazaret: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 11,28). E Gesù si presenta ai suoi discepoli come: "Via, Verità e Vita" (Gv 14,6).

 

4. Actio

Per il salmista il giusto trova la sua gioia nella Parola di Dio, ritrova la sua identità e quindi il suo diletto in questo rapporto stretto con la Torah del Signore. E' un rapporto continuo, "giorno e notte", abbraccia tutta la vita di colui che prega. Solo nella Parola di Dio l'orante trova un significato pieno per la sua vita. Questo rapporto con la Parola avviene nel contesto della comunità, dell'assemblea di tutti coloro che si nutrono notte e giorno di questa Parola. Perciò saggiamente gli antichi suggerivano come fase importante della "lectio" la cosiddetta "collatio", il momento in cui ogni membro della comunità dona al proprio fratello qualcosa della ricchezza che le ripercussioni della Parola ha prodotto in lui.

La prima parola dell'evangelo del Regno promulgato da Gesù sulla montagna è la stessa che apre il Sal 1: "beati...". L'immagine dell'albero che dà buoni frutti è stata ripresa molte volte da Gesù e dagli scrittori del NT.

Dopo questo primo salmo sulla "Parola di Dio" seguirà una "Liturgia Regale" che è il secondo salmo e una "Preghiera di implorazione" (del mattino) che è il terzo salmo. C'è differenza fra i tre salmi ma anche compenetrazione e concatenazione molto forte. Basti pensare, per esempio, come vedremo che l'inizio del Sal 1: "beato..." e la fine del Sal 2: "beato..." si richiamano a vicenda. Che dopo Sal 1,2: "il giusto mormora la Torah" viene Sal 2,1 in cui si dice che "mormorano le nazioni". Il Sal 1 si conclude con l'immagine della "via" e nel Sal 2 i popoli sono avvertiti di andare sulla retta "via".

Penso che non sempre è facile comprendere alcuni salmi e perciò sintonizzarsi con essi. Sia per il loro significato biblico che nella loro applicazione al mistero di Cristo e per la trasformazione in preghiera e vita cristiana. Il primo obbligo che abbiamo come pastori e ministri è quello di aiutare la comunità ecclesiale ad avere una opportuna catechesi sui salmi dato il loro grande uso nella Messa e nella Liturgia delle Ore. Soprattutto dobbiamo «insegnare loro ad attingere da questa partecipazione un autentico spirito di preghiera, e perciò con una idonea formazione li guidino a comprendere i salmi in senso cristiano, in modo da condurli a poco a poco a gustare e a praticare sempre più la preghiera della Chiesa» (Principi e Norme per la Liturgia delle Ore 23).

 

Capitolo 3

IL SALMO 3: IL LAMENTO DI UN CREDENTE PERSEGUITATO

 

1.

1 Salmo di Davide. Si riferisce a quando fuggiva,

 inseguito dal figlio Assalonne.

 

2 Quanti, Signore, i miei nemici!

Quanti insorgono contro di me!

3 Troppi di me vanno dicendo:

«Nemmeno Dio viene a salvarlo».

4 Ma tu, Signore, mio scudo nel pericolo,

mi dai la vittoria, sollevi il mio capo.

5 Se grido al Signore, mi risponde

dal monte del suo santuario.

6 Mi corico e m'addormento;

al mattino mi sveglio sereno:

il Signore mi protegge.

7 Non temo migliaia di nemici

accampati contro di me da ogni parte.

 

8 Sorgi, Signore; salvami, o Dio!

tu colpisci in faccia i miei nemici

e abbatti la forza dei malvagi.

9 Tu puoi salvare, Signore,

tu benedici il tuo popolo.

 

 

          Dopo il «grande portale» della «cattedrale della preghiera», i Salmi 1-2, il Sal 3 inizia la serie di una collezione di salmi «di Da­vide» (Sal 3‑41). Il racconto di 2 Sam 15‑16 ci presenta uno dei momenti più difficili dell'esistenza di Davide: deve far fronte alla rivoluzione capeggiata dal figlio Assalonne. Il volto del salmista sembra il volto sconvolto di Davide, come ci riferisce il titolo che la tradizione giudaica ha attribuito al salmo.

          Il v. 6 dice: «Mi corico e m'addormento; al mattino mi sve­glio sereno: il Signore mi protegge». Queste parole fanno pensare a una preghiera mattutina in cui il salmista ritrova la serenità dopo il lamento del giorno precedente per essersi sentito perse­guitato. Mentre il salmo successivo, il Sal 4, potrebbe essere invece una pre­ghiera vespertina con un tono di serena fiducia in Dio: «Tu solo, Signore, mi dai sicurezza: mi corico tranquillo e mi addormento» (v. 9). E' probabile che questo salmo fosse all'inizio una ri­chiesta di aiuto a Dio sostenuta da una forte affermazione di fi­ducia in Lui che fu poi interpretata come parte della storia di Davide quando entrò a far parte della collezione davidica ed al­lora venne aggiunto il titolo che ora leggiamo:

«Salmo di Davide. Si riferisce a quando fuggiva, inseguito dal figlio Assalonne».

 

2. Un giusto perseguitato

          Subito dopo il titolo, a carattere storico, il salmo inizia con una breve

Invocazione. Guardandosi attorno, il salmista si vede circondato da un gran numero di nemici  ed esprime la sua preoccupazione e la sua angoscia gridando: «Signore». Vede la sua situazione così disperata che neppure Dio riuscirebbe a salvarlo (vv. 2‑3).

          Il cuore del salmo è un'affermazione di fiducia. Infatti l’orante non perde la calma e il coraggio. Tra lui e i suoi nemici egli avverte la presenza di Dio come una difesa, come uno scudo  Dio è per lui garanzia di protezione e di successo, come una nube luminosa. Il salmista con l'aiuto di Dio è sicuro della sua prossima vittoria. Ormai ristabilito e al sicuro, egli passa a raccontare la sua esperienza e la sua riconquistata fiducia nel Signore. Il Si­gnore non è insensibile. Anche se abita in cielo e sul monte Sion per cui sembra inaccessibile, non lascia senza risposta chi invo­ca il suo aiuto. Proprio per questo, nonostante l'assedio di tan­ti nemici, l’orate può trascorrere le sue giornate tranquillamente, al termine della giornata addormentarsi tranquillo e risvegliarsi al mattino con la serena fiducia di chi è sicuro da ogni pericolo.

Dopo una breve invocazione ad intervenire efficacemente in suo favore, continua: «Tu colpisci in faccia i miei nemici, e abbatti la forza dei malvagi». Nel giro di pochi versetti si assiste al passaggio da un senso di tragedia, all'inizio del salmo, all'af­fermazione coraggiosa della sicurezza del salmista, al sicuro dietro allo scudo di Dio, alla descrizione del sonno placido in braccio a Dio (vv. 4‑7).

La conclusione del salmo è una benedizione finale invocata sulla comu­nità.

          Ha ragione quindi il salmista di rivolgersi a tutti i fedeli ed esclamare solennemente: «Tu puoi salvare, Signore, tu benedici il tuo popolo!» (vv. 8‑9).

«8 Sorgi, Signore; salvami, o Dio!

tu colpisci in faccia i miei nemici

e abbatti la forza dei malvagi.

9 Tu puoi salvare, Signore,

tu benedici il tuo popolo».

         

3. Come un cristiano puó leggere il salmo 3

          Il Sal 3 si presenta anche per il cristiano come una delle più belle preghiere di fiducia in Dio. Anche nelle prove più dure e nelle sofferenze più atroci il ricordo di Dio e la confidenza in Lui possono essere di grandissimo conforto.

          Un'eco del v. 3b: «Nemmeno Dio viene a salvarlo!» lo trovia­mo nel NT in Mt 27, 40‑43: «e dicevano: “Volevi distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni! Se tu sei il Figlio di Dio, salva te stesso! Scendi dalla croce!”...”Ha sempre avuto fiducia in Dio e diceva: Io sono il Figlio di Dio. Lo liberi Dio, adesso, se gli vuole bene!». E' lo stesso atteggiamento espresso dal sal­mo e la citazione è ricavata anche da Sap 2, 18‑20. Gesù resta nella storia come il più grande perseguitato e il più grande sal­vato dal Padre. Come ha detto Egli stesso, continua ancora nella Chiesa ad essere abbandonato dai suoi discepoli e perseguitato dai suoi avversari ma continua anche a trionfare sugli uni e su­gli altri.

          Si può forse ricordare l'importanza che ha avuto la tradu­zione greca dei LXX del v. 6 nell'influenzare il NT. Alcuni verbi utilizzati dal greco in questo versetto corrispondono in italiano o ad «addormentarsi», usato nel NT per indicare la morte, per es. a proposito dei morti che risuscitano dopo la fine di Gesù o a proposito della morte di Lazzaro, o di quella di Stefano negli Atti degli Apostoli. Un altro verbo greco che corrisponde a «sve­gliarsi» è usato da Paolo in 1 Cor 6, 14 riferito alla risur­rezione. Un altro verbo ancora all' «accoglienza», alla «presa» da parte di Dio del Figlio suo nella risurrezione e nell'ascen­sione.

          E' molto bella la rilettura cristiana che Agostino fa del Sal 3:

«...E' evidente che non lo avrebbero ucciso, se avessero avuto fiducia nella sua risurrezione. Questo significano le parole: "discenda dalla croce se è Figlio di Dio"; e: "ha salvato gli al­tri, non può salvare se stesso". Neppure Giuda dunque lo avrebbe tradito, se non fosse stato nel numero di coloro che disprezzava­no Cristo, dicendo: "non c'è salvezza per lui nel suo Dio".

...Si  può osservare che non senza ragione è detto Io, per fare intendere che di sua volontà (il Cristo) ha sopportato la morte, conforme alle parole: "per questo il Padre mi ama, perché io dò la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie; ho il po­tere di darla, ed ho il potere di riprenderla". Per questo motivo egli dice: voi non mi avete preso e ucciso quasi contro la mia volontà, ma "io ho dormito e ho preso sonno, e mi sono levato".

...La pena dei nemici è dunque di avere i denti spezzati: cioé sono ridotte senza vigore e quasi in polvere le parole dei pecca­tori che con le maledizioni fanno a brani il Figlio di Dio; per denti s'intendono così le parole ingiuriose. Di questi denti l'A­postolo dice: 'ma se vi mordete l'un l'altro, badate a non di­struggervi a vicenda'.

...Tu colui che rialza il mio capo: proprio quello stesso che, primogenito dai morti, salì al cielo».

 

4.  Abbandonarsi nelle braccia di dio

          Il Salmo 3 assieme al 4 che seguirà subito dopo presenta la preghiera come un atto di abbandono in Dio. Un abbandono pieno di pace necessario soprattutto nelle tentazioni, nelle prove, nelle difficoltà della vita. A Dio è riservata la vittoria: l'uomo che si abbandona a Dio, lascia fare a Lui soprattutto nei momenti difficili. L'uomo si abbandona a Dio perché questi lo protegga, specie dai nemici, quei nemici che lo opprimono da ogni parte. Alla loro violenza l'orante del Sal 3 oppone un riposo sereno nelle braccia di Dio. Più grande sarà l'abbandono più grande sarà la protezione del Signore.

 

 

Capitolo 4

LA PREGHIERA DEL MATTINO: il salmo 5

 

1 Per il direttore del coro. Con flauti. Salmo di Davide.

 

2 Ascolta, Signore, le mie parole;

accogli il mio lamento.

3 Non senti il mio grido,

tu, mio re e mio Dio?

 

A te mi rivolgo, Signore.

4 Al mattino tu ascolti la mia voce,

all'alba ti presento il mio caso

e aspetto la tua risposta.

 

5 Tu non sei un Dio che gode del male,

accanto a te non trova posto il malvagio.

6 Tu non vuoi la presenza dei superbi,

detesti tutti i malfattori.

7 Tu distruggi chi dice falsità,

disprezzi chi inganna o uccide.

 

8 Ma grande, Signore, è la tua bontà:

io sono accolto nella tua casa

con fede ti adoro nel tuo santuario.

 

9 Molti mi sono nemici, Signore:

guidami nel sentiero dei tuoi voleri,

appiana davanti a me la tua strada.

10 I miei avversari dicono il falso,

le loro intenzioni sono maligne;

la loro bocca è una trappola

che attira con dolci parole.

11 Ma tu condannali, o Dio;

cadano vittime dei loro stessi imbrogli;

cacciali via, lontano da te.

Il male che hanno fatto è grande:

contro di te si sono ribellati.

 

12 Ma si rallegrino e sempre cantino di gioia

quelli che a te si appoggiano.

13 Trovino in te felicità e protezione

tutti quelli che ti amano.

14 Tu, Signore, benedici i giusti,

come scudo li protegge il tuo amore.

 

 

 

1. Il salmo 5 é un paradigma del bisogno di giustizia

«Ci impressiona un'invocazione a Dio fatta con parole così forti, quasi con tutta la scala dei toni umani originari. Ci pare esagerata, anche se non irreligiosa. Per noi la religiosità è di­venuta sinonimo d'una disposizione d'animo ben temperata, carat­terizzata da un'imperturbabilità priva di contrasti, dalla re­pressione e eliminazione di tutti gli affetti forti. Perciò ci siamo abituati a un linguaggio di preghiera in cui non si grida più, ma tutto viene avvolto dalla mediocrità» (Ebeling). Il tono del lamento attraversa tutto questo salmo, recitato al mattino, nel tempio.

            Il sofferente che soffre ingiustamente grida a Dio, questi interviene con la sua bontà, cambia la situazione, e colui che prima soffriva, una volta riabilitato, innalza a Dio il suo canto di lode e di ringraziamento.

Trovo efficace cogliere la concentrazione di motivi simi­li che tengono unito questo salmo agli altri dello stesso gruppo dei Sal 3‑7:

 

(1) La supplica all'ascolto: «ascolta la mia preghiera» (4,2); «accogli il mio lamento» (5, 2); «guariscimi, io sono sfinito» (6, 3).

(2) L'ascolto: «quando l'invoco, lui mi risponde» (5, 4); «il Si­gnore ha udito il mio lamento» (6, 9).

(3) Il variegato motivo del mattino: «mi corico tranquillo e mi addormento» (4, 9); «al mattino tu ascolti la mia voce» (5, 4); «passo le notti nel pianto» (6, 7).

(4) La descrizione dei nemici: «chi dice falsità...chi inganna o uccide» (5, 7); «sono stanco di tanti avversari» (6, 8); «...se ho protetto un ingiusto oppressore...sorgi contro la furia degli avversari» (7, 5.7).

(5) La condanna della menzogna nei riguardi dei nemici: «voi che seguite falsi dèi...fino a quando mi insulterete?» (4, 3); «tu distruggi chi dice falsità, disprezzi chi inganna o uccide» (5, 7).

(6) Il tema della giustizia: «offrite sacrifici di giustizia» (4, 6); «Signore tu benedici il giusto» (5, 13).

(7) La bontà del Signore: «ma io per la tua grande misericor­dia...» (5, 8); «...salvami per la tua misericordia» (6, 5).

 

            Tra il salmo del «povero» che è il Sal 4 e la preghiera «del malato» che è il Sal 6 si situa questo salmo 5 che appare come il paradigma del bisogno di giustizia.

 

 

2. Il salmo 5 come la preghiera del mattino

            Il Sal 5 è un salmo di lamento come il Sal 3 ma di tono più calmo come nei salmi di fiducia. Mentre il Sal 3 passa da una profonda disperazione a un'alta sicurezza basata sull'immediata esperienza personale del soccorso divino, il Sal 5 parte da un punto meno basso e si snoda con un pathos meno sentito e giunge alla certezza del soccorso fondata sul principio generale del mo­do di procedere di Dio: salvare i buoni, condannare i malvagi. Malizia, delitto, inganno (vv. 5‑7. 10‑11) non possono trovare credito presso Dio.

All'inizio il salmista si rivolge direttamente a Dio indi­rizzandogli una preghiera di ascolto e chiedendo che gli giunga il suo gemito. L'invocazione iniziale è in forma di preghiera in cui i vocativi: «Signore...,...mio re e mio Dio» danno il tono della calma e un senso di intima fiducia che lega l'orante al suo Dio (vv. 2‑3a).

Il salmista si presenta poi a Dio come chi lo prega subito al mattino, come prima azione della giornata, e al risveglio si prepara per l'azione liturgica davanti a lui, gli fa sentire la sua voce e spia la sua faccia aspettando un segno della sua bontà che in fondo significa esaudimento (vv. 3b‑4).

            Il Signore esaudirà il salmista perché è giusto e presso di lui trovano rifugio i giusti; per questo i suoi nemici, arroganti e superbi non possono ardire di presentarsi davanti a lui. L'o­rante invece può venire ad adorare Dio nel suo santuario. Chi fa il male non può essere ospite di Dio. Il Signore non può tollera­re gli orgogliosi ed è contro i malvagi (vv. 5‑7).

            Ma poiché la bontà del Signore è infinita il salmista può entrare nella sua casa, calcare gli atrii del santuario e fare adorazione prostrandosi fino a terra nel timore di Dio, cioè nell'esercizio costante della religione che egli professa nei ri­guardi di Dio. E' chiara per il salmista la situazione di Dio in favore del fedele contro i suoi nemici. Ormai può provocare l'in­tervento diretto di Dio nella seconda parte del salmo (v. 8).

            L'orante non prega Dio che gli faccia giustizia, come avvie­ne in altri salmi; ma implora da lui che lo guidi nella sua giu­stizia, mettendola in opera per lui. Richiede quindi un atto di intervento diretto con il quale siano smascherate e stroncate le insidie dei suoi nemici. Quella giustizia che il salmista ha ap­pena presentato come caratteristica di Dio deve essere tradotta ora concretamente contro quelli che lo vogliono eliminare. Perciò chiede anche al Signore di appianargli la strada. Il termine ebraico yashar non significa solo raddrizzare il sentiero contor­to ma anche e specialmente rendere la strada piana liberandola da fosse, inciampi, insidie in modo da rendere sicuro il cammino (v. 9). L'accenno alle insidie dei nemici richiama di nuovo alla fan­tasia del poeta i nemici che agiscono contro di lui e dal suo animo agitato scaturisce un'accusa implacabile. Il cuore dei suoi avversari è un abisso insondabile (v. 10). Il salmista dopo la preghiera per sè e l'accusa contro i nemici chiede a Dio appas­sionatamente di mettere in chiaro la loro colpevolezza e perciò di sottoporli al castigo: i loro delitti e i loro intrighi contro i buoni costituiranno la loro stessa rovina. Le colpe sono tante, le loro ribellioni così gravi che Dio non deve avere più alcun riguardo (v. 11). Alla fine i buoni avranno ragione di dire: met­tendoci dalla parte di Dio non ci siamo ingannati. Dio non ci ha abbandonati, è intervenuto. Dio non può disinteressarsi di loro, li deve proteggere perché hanno posto sempre la loro compiacenza nel suo Nome Santo. Naturalmente il più grato a Dio è il salmista (vv. 12‑13). Con il racconto delle meraviglie operate per lui dal Signore, potrà accrescere la fedeltà e l'entusiasmo di tutti i buoni (v. 14).

 

 

3. Come rileggere da cristiani il salmo 5

            Alcuni testi paralleli, specie del NT, ci guidano in una lettura cristiana di questo salmo. Certamente il testo di 1 Pt 2, 23 potrebbe essere la chiave di lettura cristiana del salmo: «Ol­traggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giu­stizia». Come il Cristo, servo sofferente, il cristiano persegui­tato e calunniato deve fare sue le parole di questo salmo chie­dendo piuttosto la conversione che il castigo dei cattivi.

I padri della Chiesa hanno commentato molto questo salmo, soprattutto il v. 4. Mentre Cirillo Alessandrino scriveva: «l'a­nima deve prevenire il sole per lodare Dio ed ottenere misericor­dia, adorando in spirito e verità», Gregorio Nisseno vedeva il mattino come il momento della purificazione dell'anima e dava di tutto il salmo una spiegazione mistica: l'anima caduta dal suo stato di grazia nella notte del peccato effonde la preghiera per potere di nuovo udire la parola di Dio.

E Dhouda: «Quando, al mattino, Dio aiutando, tu ti alzi, o nell'ora in cui Dio te lo concede, preghi: “Mio re e mio Dio, sorgi, soccorrimi, intendi il mio grido, perché è verso di te che io prego. Esaudisci questa mattina il mio grido, fammi sorgere e sii attento al mio giudizio, assistimi oggi nella mia causa, o mio Dio"».

 

 

4. «Tu benedici il giusto e lo proteggi come uno scudo!»

            La conclusione risulta da tutto il salmo ed è l'insegnamento morale che si ricava da tutto l'insieme: «Tu benedici il giusto e lo proteggi come uno scudo!» La legge generale sul comportamento di Dio, vindice della giustizia, a cui ogni fedele israelita tie­ne moltissimo come fondamento di tutta la sua religiosità e mora­lità è stata confermata ancora una volta in colui che ha innalza­to questa preghiera.

 

 

 

Capitolo 5

UN INNOCENTE ACCUSATO INGIUSTAMENTE

SI APPELLA ALLA GIUSTIZIA DI DIO: SALMO 7

 

 

Un’invocazione a Dio

2 In te mi rifugio, Signore mio Dio.

Liberami da chi mi insegue!

3 Salvami, prima che egli mi afferri

e, come un leone, mi sbrani senza scampo.

 

Giustificazione di chi prega

4 Signore, mio Dio, se ho agito male,

se la mia mano ha offeso qualcuno,

5 se ho tradito chi mi ha fatto del bene,

se ho protetto un ingiusto oppressore,

6 il nemico mi insegua e mi raggiunga,

mi schiacci fino a terra

e trascini il mio onore nella polvere.

 

Appello al giudizio divino

7 Alzati indignato, Signore,

sorgi contro la furia degli avversari,

corri a difendermi, rendimi giustizia.

8 Raduna davanti a te tutti i popoli,

presiedi dall'alto la loro assemblea.

9 Signore, giudice del mondo,

dichiara la mia giustizia,

proclama la mia innocenza;

10 fa' cessare la malizia dei malvagi,

dà sicurezza agli uomini giusti:

tu che scopri i pensieri più nascosti,

tu che sei un Dio giusto!

 

Un motivo di fiducia

11 In Dio sta la mia difesa:

egli salva chi ha il cuore sincero.

12 Dio è un giudice giusto:

ogni giorno castiga i colpevoli.

 

L’intervento di Dio

13 Se non si convertono, affila la spada,

tende l'arco e prende la mira,

14 prepara strumenti di morte

e lancia frecce di fuoco.

 

Lo scacco del nemico

15 Ecco, sono pieni di malvagità:

concepiscono menzogna, partoriscono

violenza.

16 Fanno una buca, la scavano profonda,

ma sono loro a cadere nella fossa.

17 Contro di loro si ritorce l'inganno,

sulla loro testa ricade la violenza.

 

La promessa finale

18 E io loderò la giustizia del Signore,

a lui, l'Altissimo, canterò inni.

 

 

 

 

1. Il salmo nel suo contesto originario

            Il sal 7 è  un lamento individuale, come i precedenti salmi (dal  3 al 6), un  appello caloroso a Dio perché intervenga a salvare l’orante perseguitato.          

Porta a termine un gruppo di preghiere per alcuni bisogni in forma paradigmatica (sal 3‑7): la supplica di un povero del sal 4, una persona bisognosa di giustizia del sal 5, la pre­ghiera di un malato al sal 6  e riconosce nel Signore il supremo garante del diritto e della giustizia:

«E io loderò la giustizia del Signore, nel nome dell'Altissimo, canterò inni» (sal 7,18).

Il «canto notturno» del sal 8 che segue prenderà la metafora del tempo dai sal 3‑7. La «lode nel nome dell'Altissimo» promessa in 7,18 troverà il suo compimento nell'Inno di lode del sal 8.

Quello che concretamente nella vita dell'innocente perseguitato viene oltraggiato, il suo onore (sal 7,6) e il suo stato sociale (sal 7,10) viene universalizzato nella sua radicalità dal sal 8: l'onore e la dignità dell'uomo (sal 8,6) e la stabilità dell'or­dine cosmico (sal 8,4).

 

 

2. Il significato religioso del salmo

            I nemici stringono il salmista da tutte le parti, gli stanno  alle  calcagna  e sono lì lì per raggiungerlo. Smarrito, il sal­mista grida:  «Signore».

Ma se qualcuno pensasse che egli ha agito male, ha tradito chi gli ha fatto del bene, per sal­varsi da un simile pericoloso sospetto e mettere in chiaro la sua  situazione, il salmista cerca di giustificarsi. E’ innocente; è falsa l'accusa che viene lanciata contro di  lui, e mostra a Dio la sua sicurezza  e la certezza della sua innocenza con  una specie di giuramento.

Come in Gb 31,5‑40. Chiamando Dio a voce alta  perchè voglia ascoltare  riprende: «Signore mio Dio, se ho agito male, se la mia mano ha offeso qualcuno...».  Se  di  questo è colpevole o di delitti di tale gravità, egli è  disposto  ad arrendersi  al suo nemico.

Allora  il salmista  si  rivolge  a  Dio  con rinnovata  passione, sapendo   di  poter fare appello all'interesse stesso di Dio: «Dio è un giudice giusto: ogni giorno castiga i colpevo­li». Il perseguitato chiede  di  esse­re giudicato  secondo  la  sua giustizia  e  l'innocenza che sta per lui. Giustizia  e  innocenza (v. 9), sono gli avvocati dell'oran­te! Esse da sole basteranno a tener testa ai suoi  calunniatori e avversari.

Dio saggia i reni e cuori,  nulla gli è nascosto,  né lo si può ingannare ten­tando di far apparire bene il male e male il bene! Appena Dio scorge  sulla  terra qualche ingiustizia  si agita, s'adira e interviene.  Il salmista ha partita vinta e può  guardare  tutto  quasi con indifferenza. Il nemico è vittima delle sue  armi.  Infatti l'avversario   cade  per le sue stesse armi. 

Scava la fossa in cui far cadere la  sua  vittima,   ma nella manovra lui stesso vi precipita den­tro. L'animo del giusto si è placato. Il nemico è prostrato;  la giustizia di Dio ha prevalso.  

Ora il giusto pensa al suo debito verso chi lo ha salvato e gli testimonia  la  sua  ri­conoscenza: «Loderò la giustizia del Signore».  

Mentre  prima  (vv. 4‑6) il  salmista protestava la sua giustizia personale,  ora che essa è stata riconosciuta  da Dio per mezzo della giusti­zia  divina, si sente in dovere di celebrare  ed esaltare questa giustizia che l'ha vendicato.   Così, ricamando  ancora  il tema della giustizia,  si chiude il salmo come un motivo musicale  termina normalmente sulla nota fondamentale.

 

 

 

3. Il tema centrale del salmo è la  giustizia di  dio, 

che  deve riconoscere e far trionfare la giustizia del salmista contro i suoi nemici.

Ricorrono nel salmo alcune parole-chiavi: giudice, scudo, malvagio.

 

Giudice: riferito a Dio significa: sentenziare e fare giusti­zia.

Il giudice indaga, esamina la causa dell'accusato, si alza ed emette il verdetto di assoluzione e di condanna delle parti in causa. Si dà luogo all'esecuzione della sentenza. Il salmo 7 ha un nutrito vocabolario forense. Il tribunale di Dio fa la sua compar­sa al v. 8: «Raduna davanti a te tutti i popoli,

presiedi dall'alto la loro assemblea».

L'accusato propone un giuramento di innocenza nei vv. 4‑6:

«4 Signore, mio Dio, se ho agito male,

se la mia mano ha offeso qualcuno,

5 se ho tradito chi mi ha fatto del bene,

se ho protetto un ingiusto oppressore,

6 il nemico mi insegua e mi raggiunga,

mi schiacci fino a terra

e trascini il mio onore nella polvere».

Accusa i suoi avversari nel v. 15:

« Ecco, sono pieni di malvagità:

concepiscono menzogna, partoriscono

violenza».

Il giudice inizia il processo ed accerta la verità nei vv. 7 e 10. Il verdetto sanci­sce poi l'assoluzione dell'innocente e la condanna del colpevole. C'è la confessione e la proclamazione della giustizia di Dio giu­dice.

 

Scudo: è un titolo con cui i salmisti chiamano Dio 15 volte nel salterio ed indica con un'immagine militare molto efficace, la protezione da parte di Dio per chi si rifugia in lui.

 

Malvagio: si trova sempre in contrapposizione a «giusto». Tutto il dramma dei salmi si svolge attorno a queste due grandi figure: il giusto e il malvagio. A. Chouraqui li descrive così: «I due attori di questo duello, alle frontiere della vita e della morte e che si affrontano dal principio alla fine sono l'Innocente e il Ri­belle. Entrambi dicono no. Uno rifiuta la via della luce; l'altro le tenebre. Uno dice no all'iniquità del mondo; l'altro all'eter­nità di Dio». I malvagi nei salmi sono presentati come i «pecca­tori» o gli «artefici del male». I malvagi ignorano le esigenze elementari della giustizia. Accusano ingiustamente e opprimono il povero e il debole. Di fronte a Dio sono autosufficienti e rifiu­tano di cercarlo, perciò sono anche empi.

 

 

4. Come il cristiano prega questo salmo

       A proposito di Gesù un documento del Nuovo Testamento si esprime così: «...ri­metteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23).

Sull'esempio di Gesù si fonda la preghiera del cristiano per la sua sofferenza innocente.    

Questo «giuramento di innocenza» presente nel Sal 7 alcuni Padri lo pongono sulle labbra di Gesù.

L'orante è Cristo che prega nella sua passione.

Questo salmo ricorda poi al cristiano che Dio è all'inizio di ogni sua attività e alla fine dei tempi sarà il suo giudice per il bene o per il male.

Il sal 7 ci aiuta a capire che per vincere i nemici della Chiesa bisogna affidarsi a Dio e rimettere tutto nelle sue mani come ricorda Paolo: «Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina. Sta scritto infatti: A me la vendetta, sono io che ricambierò, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da man­giare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, ammas­serai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,19‑21).

Il salmo invita, come suggerisce Agostino, a rallegrarsi se Dio, nella sua sapienza infligge ogni giorno ai cattivi dei castighi di carattere educativo per spingerli alla conversione.

Il giusto trova in Dio la sua ricompensa e il malvagio trova nella sua stessa malizia il castigo, così viene ristabilita ogni giustizia anche se momenta­neamente il giusto sembra essere alla mercé del malvagio:

«Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, di­ranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegrate­vi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Mt 5,11.12).

 

 

5. Dal salmo 7 al salmo 9 è come una catena di lode

Al signore che libera l’innocente

          Il salmo che abbiamo letto descrive la liberazione dal male e dalla sofferen­za, un recupero di credibilità da parte di una persona accusata ingiustamente dalle false accuse di alcuni membri del gruppo a cui appartiene dopo una viva dichiarazione di innocenza (come il sal 17 e 26).

Dio in­terviene, ascolta la preghiera e rende giustizia a colui che lo prega con fiducia. Forse nel momento in cui il salmo 7 è stato inserito nell'attuale collezione ne è stato ampliato l'uso ed ha assunto un carattere comunitario.

             Non solo, ma la sua conclusione, sal 7,18:

 

«Loderò il Signore per la sua giustizia

e canterò il Nome di Dio, l'Altissimo»

 

            Il successivo, più celebre, salmo 8 si apre e si chiude con la frase:

 

«O Signore, nostro Dio,

quanto è grande il tuo Nome

su tutta la terra» (sal 8,2.10).

 

Inoltre l'augurio della finale del sal 7 viene ampliato attraver­so l'inizio di un canto di ringraziamento nel sal 9 che è qualco­sa di più di un semplice riferimento al Nome del sal 8.

 

«Ti loderò Signore con tutto il cuore

e annunzierò tutte le tue meraviglie.

Gioisco in te ed esulto.

Canto inni al tuo Nome, o Altissimo» (sal 9,2‑3).

 

            Dal corsivo si può rilevare come l'inizio del sal 9 si ri­congiunge attraverso il sal 8 anche alla finale del sal 7.

 

 

 

Capitolo 6

DIO‑COSMO‑UOMO, LA DIGNITÀ DELL'UOMO: SALMO 8

COS'È L'UOMO PERCHÉ TI RICORDI DI LUI,

L'ESSERE UMANO PERCHÉ DI LUI TI CURI?

 

1.  Grandezza dell'uomo

   e bontà di Dio

                                                                                         

1   Per il direttore del coro. Sulla melodia de "I torchi".

         Salmo di Davide.


2    O Signore, nostro Dio,
    grande è il tuo nome su tutta la terra!

  Canterò la tua gloria più grande
  dei cieli balbettando
  come i bambini e i lattanti.
3 Contro gli avversari

  hai costruito una fortezza
  per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

4 Se guardo il cielo, opera delle tue mani,
  la luna e le stelle che vi hai posto,
5 chi è mai l'uomo perché ti ricordi di lui?
  Chi è mai, che tu ne abbia cura?

6 L'hai fatto di poco inferiore a un dio,
  coronato di forza e di splendore,
7 signore dell'opera delle tue mani. 

Tutto hai messo sotto il suo dominio:
8 pecore, buoi e bestie selvatiche,
9 uccelli del cielo e pesci del mare
 e le creature degli oceani profondi.

10   O Signore, nostro Dio,
    grande è il tuo nome su tutta la terra!
    

 

UN INNO DI LODE AL SIGNORE

DIO DELL’UNIVERSO

 

            Il salmo 8 appartiene al genere letterario degli «Inni». La caratteristica principale di questa famiglia di salmi è la lode di Dio. Una lode gratuita e disinteressata che può essere moti­vata o da ciò che Dio è in se stesso o da ciò che egli ha fatto per il popolo d'Israele.

            Uno schema abbastanza comune che si può riconoscere in que­sto tipo di Salmi si articola in tre parti:

            introduzione o invito alla lode;

            sviluppo, introdotto, in genere, dal ki / «perché», il quale indica le motivazioni della lode;

            conclusione, nella quale, spesso, si riprende l'invito iniziale alla lode.

 

Il salmo si apre e ci chiude (v.2 e v.10) con una lode al nome di Dio «grande è il tuo nome su tutta la terra». Il “nome” di una persona è la persona stessa. Ci troviamo di fronte a un Inno, con due quadri simmetrici: da Dio, al cosmo, all’ uomo; dall’uomo, al cosmo, a Dio. Un ritornello apre e chiude.

L'inclusione «O Signore, nostro Dio, grande è il tuo nome su tutta la terra» (v.2.10) determina il tema d'insieme del Salmo. Nello stesso tempo però, in maniera paradossale, il centro del Salmo (v.5) parla della grandezza dell'uomo che Dio corona di gloria. Allora ci si può chiedere: si tratta della grandezza di Dio o della grandezza dell'uomo?

 

E’ notte. In Oriente, qualcuno contempla il cielo e rimane sorpreso! Parla con Dio: loda la sua potenza, più alta e più forte di tutto. Poi guarda la luna e le stelle e sempre parlando medita sull’uomo:  da una parte lo vede tanto piccolo da stupirsi che il Signore si impegni con lui e si prenda cura di lui;  dall’altra riconosce che il Signore stesso ha dato all’uomo una dignità sorprendente: perché l’ha fatto poco meno d’un essere divino, l’ha reso sovrano dell’intero creato... Ad alta voce e sorpreso, il salmista loda la bellezza del mondo, il segreto dell’uomo, il mistero di Dio. E questa non è solo un’espressione di sentimenti commossi o di pensieri profondi: ma è una reale preghiera.

 

ED ECCO UN’ ANALOGIA CON LA PREGHIERA DI OGGI

E’ possibile tracciare un parallelo tra la situazione originaria del Salmo e una eventuale situazione del lettore e dei lettori di oggi. In tal modo l’analogia indica le grandi vie per una attualizzazione, cioè la premessa per ogni meditazione o catechesi.

 

Anche per me un panorama sorprendente può essere come un forte stimolo che mi porta a meditare sulla realtà del mondo tanto più grande di me…, eppure inferiore a me. Anzi, quel panorama è come un potente richiamo: mi invita a parlare con Dio, a dirgli che io non posso non ammirare la sua misteriosa infinita potenza e insieme la sua sorprendente vicinanza; che io riconosco la mia piccolezza e insieme lo ringrazio per la mia grandezza.  Così, attraverso simili sentimenti e pensieri, anch’io prego.

            Il primo sentimento immediato, spontaneo, che scaturisce dalla lettura e dalla meditazione del salmo 8 è quello dell'ammira­zione: anche se la scienza ci svela le meraviglie del creato se vogliamo cantare in modo autentico questo salmo non possiamo non guardarci attorno e ammirare. Poi questo salmo ci aiuta a riscoprire la freschezza dell'infanzia: la semplicità e la verità dei "perchè" infantili.

            Che cos'è l'uomo? Davanti all'immensità del cielo l'uomo si sente piccolissimo: "il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi sgomenta" . "L'uomo non è che un giunco, il più debole nella natura; ma è un giunco pensante...Quand'anche l'universo intero lo schiacciasse, l'uomo sarebbe per sempre più nobile di ciò che l'uccide, perché egli sa di morire e conosce la superiorità che l'universo ha su di lui; l'universo invece non ne sa nulla".

            Un salmo che canta la grandezza dell'uomo e ci invita a sco­prire il senso di dipendenza da Dio che ci fa "signori del mondo con lui" e insieme figlio amato con tanta tenerezza:

 

«Signore, nostro Dio,

la tua presenza palpita in ogni essere della terra.

Tutta la natura canta la tua bellezza.

 

Negli occhi sorridenti di un bimbo

si riflette la tua immagine

e il cuore turbolento degli adulti

è condotto alla pace.

 

Signore, nostro Dio,

quando contemplo un limpido cielo stellato,

quando mi incanto estasiato

nel biancore irreale di una notte di luna

e penso che tutto l'universo è fatto da te,

non posso non ripetermi:

 

'Cos'è mai un uomo,

così piccolo e fragile,

perchè ti ricordi sempre di lui

e lo tratti con tanta tenerezza?'.

 

Eppure l'hai fatto a tua immagine.

E' signore del mondo con te!

Gli hai dato intelligenza creatrice

bellezza e forza di amare.

 

L'hai reso capace di dominare la natura,

di trasformarla secondo il suo bisogno.

Sa mettere al suo servizio gli animali,

gli uccelli e i pesci del mare.

 

Tutto! Anche le forze più terribili

e le leggi più segrete della natura

sono scoperte e controllate da lui.

 

Signore, nostro Dio,

la tua presenza palpita in ogni essere della terra».[1]

 

 

Capitolo 7

SEI TU SIGNORE L’UNICO MIO BENE

Salmo 15 (16)            

 

 

 

 

Canto di fede di un convertito

 

1 Miktam:: "preghiera segreta", "preghiera a bocca chiusa o a metà voce", "dottrina", "stele", "poema"...

 

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

2 Ho detto al Signore: sei tu il mio Dio:

fuori di te non ho altro bene.

3 Un tempo adoravo gli dèi del paese,

confidavo nel loro potere.

4 Ora pensino altri a fare nuovi idoli,

non offrirò più a loro

il sangue dei sacrifici,

con le mie labbra non dirò più

il loro nome.

 

5 Sei tu, Signore, la mia eredità,

il calice che mi dà gioia;

il mio destino è nelle tue mani.

6 Splendida è la sorte che mi è toccata,

magnifica l'eredità che ho ricevuto.

 

7 Loderò Dio che ora mi guida,

anche di notte il mio cuore lo ricorda.

8 Ho sempre il Signore davanti agli occhi,

con lui vicino non cadrò mai.

9 Perciò il mio cuore è pieno di gioia,

ho l'anima in festa,

il mio corpo riposa sicuro.

 

10 Non mi abbandonerai al mondo dei morti,

non lascerai finire nella fossa chi ti ama.

11 Mi mostrerai la via che porta alla vita:

davanti a te pienezza di gioia,

vicino a te felicità senza fine.

 

 

 

            Questo salmo è una meditazione lirica molto bella sull'a­micizia con Dio (v. 7), la vicinanza a lui (v. 8), la gioia del credere (v. 9), la comunione con lui (vv. 10‑11). S. Teresa d'A­vila, echeggiando il v.2 nel c. VIII del «Cammino della perfezio­ne» scriveva: «Nulla manca a chi possiede Dio: Dio solo gli ba­sta!». Le due motivazioni mistica e escatologica si fondono così assieme. Per chi è unito a Dio già in questa vita è scontato che questa unione durerà per sempre.

 

LA SITUAZIONE ORIGINARIA DEL SALMO

Un giorno un antico ebreo scopre il vero Dio. Pieno di gioia, lo ringrazia e gli descrive la sua nuova bellissima esistenza. Dice che ora ha la ricchezza più preziosa e guarda al suo futuro con estrema fiducia: non sarà mai abbandonato, anzi sarà istruito e guidato sempre camminando sulla via che porta alla vita piena, oltre la morte.

            Il contenuto globale del salmo è tutto impostato sulla dedizione completa al vero Dio  accompagnato da gioiosa fiducia  invano contrastata dai fautori degli idoli e dal loro  culto.  Il  salmista cioè   dichiara  a  Dio di non ricono­scere che lui e di collocare ogni sua fiducia in lui.

Infatti in  Dio si rifugia (v. 1), lui ha scelto come sua porzione e sua ere­dità  (v. 5a); inoltre ha sempre tenuto lui davanti agli occhi (v. 8). Come compenso Dio  da parte sua  lo sostiene in tutti gli avvenimenti della  sua  vita (v. 5b), lo consiglia e guida (v. 7), gli sta alla destra (v. 8) sicchè  il salmista può riposare tranquillo (v. 9).  In gravissimi frangenti Dio non abbandonerà  l'anima sua allo mondo dei morti,    permetterà  che si corrom­pa nella fossa (v. 10). Anzi per il sentiero di vita lo chiamerà  al godimento eterno presso di sè  (v. 11).

                                                                                           

IL  MODELLO LETTERARIO

            Un inno-preghiera. Le parole che ora sa rivolgere al Signore chi è passato da una vita religiosa confusa e corrotta tra gli idoli, a un’esistenza piena di gioia e di speranza.

La prima parola dell'introduzione del salmo è un grido a Dio di chi si sente in grave pericolo fisico o morale: «Proteggi­mi...».  Grida così  senza preamboli  e solo quando ha fatto pre­sente la sua richiesta e il suo bisogno aggiunge il no­me divino come vocativo. Pericolo e necessità  di soccorso e difesa sì,   ma non disperazione, non spavento che toglie il respiro. Su­bito dopo quell'invocazione di difesa il salmista  dice  anche  a Dio la sua fiducia: «...in te mi rifugio». Pericolo e attesa fiducio­sa: ecco i due motivi del salmo con la prevalenza del secondo sul primo.

Il salmista ragiona così: se ora faccio un paragone tra la mia sorte e quella toccata agli altri posso ben  dire, per esperienza diretta, che nella di­visione dei terreni in eredità  le corde della misura non poteva­no cadere  su terreno migliore  e in sito più  ameno.  Non ha che lodarsi e congratularsi della buona fortuna toccatagli e della parte sua che può godersi.            

            Può quindi concludere la sua strofa con una esclamazione di  riconoscenza entusiastica: «Loderò Dio che ora mi guida».  Il merito di trovarsi tanto bene non solo lo  deve  al consiglio ve­nuto dall'alto e che ha bussato alla sua coscienza e al suo spi­rito per tante notti di seguito nel silenzio dello spirito  fat­tosi trasparente per il depositarsi delle preoccupazioni distra­zioni e tentazioni del giorno.             

            E' questo il premio  toccatogli  per  non aver mai sviato il suo sguardo da Dio e averlo tenuto ininterrottamente presente.  Egli ha cercato Dio  e Dio  non  s'è  sottratto a lui.  Ora se lo sente alla sua destra e gli conferisce tale sicurezza, tale senso di indefettibile difesa che non potrà  mai vacillare.

            Di fronte a constatazioni così  consolanti gli fiorisce sul  labbro  il  canto  del'esultanza: «Perciò il mio cuore è pieno di gioia, ho l'anima in festa e tutto il mio essere (fisico e psichico), il mio corpo riposa sicuro».

            Animatosi con la riconoscenza e la letizia, il  salmista  sente  potenziarsi  in    il  senso della sicurezza e dell'ap­poggio di Dio, sente che quella sua posizione di adesione a Dio corrisposta con tanto amore  gli apre l'animo a una aspirazione indicibile: quel sentirsi di Dio, quel sentirsi in Dio non deve e non può più venir interrotto.  L'ombra tetra dello sheol / «il mon­do dei morti», come pensavano gli antichi ebrei, non deve interrompere  con  la sua freddezza quella dolcezza ineffabile. No, egli sente,  egli sa che Dio non abban­donerà  l'anima sua alle brame dello sheol / «il mondo dei morti», non permetterà  che il suo fedele scompaia nella fossa in preda alla corruzione  troncando per sempre quel divino intimo collo­quio ma lo salverà. 

 

 

COME I CRISTIANI HANNO LETTO E  PREGATO QUESTO SALMO

            Il salmo nella prima teologia delle comunità cristiane è chiaramente riferito al Signore. Il salmo sembra contenere una promessa fatta da Dio in riferimento al Messia, alla cui risurre­zione dai morti si allude. Che il v. 10 sia messianico è  affer­mato con evidenza da Pietro nella sua predicazione primitiva (At 2, 25‑28) e da Paolo, nella sinagoga di Antiochia di Pisidia come dicono gli Atti degli Apostoli (At 13, 33‑37). Su questa linea anche i Padri della Chiesa hanno interpretato il salmo. Indubbiamente il salmo ci mostra una tale unione con  Dio  sufficiente  a rendere impossibile una separa­zione da lui attraverso l'ordinario processo  della  morte.  Ma Davide dopo la grande promessa di 2 Sam 7, 11‑17  sapeva che la sua sorte era legata a quella del Messia  come afferma espressa­mente Pietro: «Egli però era profeta, e sapeva bene quel che Dio gli aveva promesso con giuramento: “metterò sul tuo trono uno del tuo sangue” e perciò non sarebbe scomparso da  questo  mondo sen­za speranza nello sheol / «il mondo dei morti» come sarebbe avvenu­to se avesse dato ascolto ai nemici o falsi amici di 1 Sam 26, 19. Paolo a dimostrazione della resurrezione di Gesù Cri­sto cita anche il Sal  2: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho gene­rato», parole che per quanto oscure e suscettibili di molteplici interpretazioni  nel contesto storico non  hanno  alcuna relazio­ne diretta con la resurrezione del Messia.  L'uso cristiano del salmo nella comunità di fede è ogget­tivo ed esprime l'unità intima dei due testamenti. Il senso pieno inoltre ci aiuta a comprendere l'uso che di questo salmo vien fatto nel NT.

            Per una attualizzazione liturgica oltre che cristiana pos­siamo pensare al versetto: «mi mostrerai la via che porta alla vita». La stessa «via» che ha già percorso Gesù passando dalla morte alla vita e divenendo il Signore della vita. Il Signore Ri­sorto presente nella sua Chiesa accompagna il nostro cammino lun­go il sentiero della nostra salvezza personale e comunitaria. Con Gesù anche noi abbiamo il Padre come nostra parte e nostra eredi­tà perchè redenti da Lui partecipiamo alla stessa eredità. Così, il Signore sarà sempre con noi e non potremo vacillare fino al momento in cui godremo con Lui «pienezza di gioia» e «felicità senza fine».

 

ECCO COME ANCH’IO PREGHERO’ QUESTO SALMO

            L'esperienza viva dell'intimità con Dio promessa da questo salmo la vivremo anche noi che siamo stati salvati da lui, uniti per mezzo suo ad una nuova ed eterna alleanza, destinati a per­correre il «sentiero della vita», attraverso di Lui che è «la Via, la Verità e la Vita».         

            Con il Cristo anche noi pregheremo questo salmo, con Lui in cui cerchiamo rifugio, per il quale e nel quale noi viviamo. Con lo stesso Gesù possiamo dire e meditare questo salmo con le tre accentuazioni che gli sono proprie:

 

(1) la dolcezza e l'umiltà di Davide (è un povero che parla; il quale si meraviglia ingenuamente e candidamente di ciò che il Si­gnore ha fatto per lui; non attribuisce niente a sé e se non può vacillare è solo per la forza di chi sta alla sua destra);

 

(2) la meraviglia dell'ammalato guarito (anche noi siamo passati attraverso il battesimo, le nostre confessioni, dalla morte alla vita);

 

            (3) la gioia estasiata e riconoscente del levita dinanzi alla sua eredità, alla nostra eredità e all'assoluto della sua scelta: Dio, l'unico nostro bene, nella speranza della vita eterna, il presentimento nella notte del raggiungimento di questa gioia di­nanzi al suo volto, alla luce del disegno di Dio che noi cono­sciamo attraverso la sua Parola meditata quando essa penetra nel nostro intimo, come Cristo ce la fa vivere nella sua Chiesa

 

Anche io ho avuto il dono di conoscere il Signore vero, di superare il mondo degli idoli, delle illusioni, delle violenze. Anche io posso e devo ringraziare per quel che ho ricevuto, dire che sono contento per la situazione dove mi trovo e per il futuro che mi attende. Con queste parole anch’io so ringraziare, dichiarare la mia gioia, cantare la mia fiducia.

 

 

Capitolo 9

LITURGIA PENITENZIALE

CHE PRECEDE UNA CELEBRAZIONE LITURGICA: Salmo 14 (15)

 

 

E’ un invito a purificarsi prima di entrare nel santuario per iniziare una celebrazione liturgica.Trova riscontro nell'etica profetica che insiste molto sul legame preghiera‑vita, liturgia‑esistenza.          Due testi profetici sono due testi‑ chiave per la lettura e la comprensione di questo salmo:

 

(1) Mic 6, 6‑8: "Con che cosa mi presenterò

al Signore,

mi prostrerò al Dio altissimo?

Mi presenterò a lui con olocausti,

con vitelli di un anno?

Gradirà il Signore

le migliaia di montoni

e torrenti di olio a miriadi?

Gli offrirò forse il mio primogenito

per la mia colpa,

il frutto delle mie viscere

per il mio peccato?

Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono

e ciò che richiede il Signore da te:

praticare la giustizia,

amare la pietà,

camminare umilmente con il tuo Dio."

 

(2) Is 33, 14‑16: "Hanno paura in Sion i peccatori,

lo spavento si è impadronito degli empi.

«Chi di noi può abitare presso un fuoco divorante?

Chi di noi può abitare tra fiamme perenni?».

Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà,

chi rigetta un guadagno frutto di angherie,

scuote le mani per non accettare regali,

si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue

e chiude gli occhi per non vedere il male:

costui abiterà in alto,

fortezze sulle rocce saranno il suo rifugio,

gli sarà dato il pane, avrà l'acqua assicurata."

                                                                                                 

                                                                                                 

 

Salmo 14 (15)

1 - - -
 Chi è degno, Signore, 
 di stare nella tua casa,
 di abitare sulla tua santa montagna?

2     Chi si comporta onestamente,
      pratica la giustizia,
      parla con sincerità.
3       Non usa la lingua per calunniare,     

      non fa torto al suo prossimo,
      non parla male del proprio vicino.
4       Disprezza chi non è gradito a Dio,
      ma stima chi teme il Signore
      mantiene la parola data
      anche a proprio danno.
5        Non presta denaro a usura,
       non accetta doni contro l'innocente.

Chi agisce in questo modo
vive sicuro, per sempre.

 

 

 

 

 

ISTRUZIONI PER CHI ENTRA NEL SANTUARIO                             

 

 

Alla porte del tempio di Gerusalemme, uno si chiede: potrò entrare? sarò degno di starvi? Allora prega, ma in modo che sentano anche i guardiani. Ed essi rispondono in tono solenne, come maestri o profeti: non vi sono condizioni di tipo materiale, intellettuale o rituale (età, salute, pulizia, razza, cultura, livello sociale, assenza di ostacoli-impurità, …) ma soltanto di tipo morale. Chi le osserva ha un futuro sicuro.

            Una domanda-risposta di tipo catechismo circa le condizioni per poter entrare nel Tempio e starvi. Poi una conclusione-proverbio dice: chi vive in un certo modo, non soltanto può entrare e stare, ma ha la garanzia di un vita tutta solida.

Il breve formulario si apre con una domanda  che  può costi­tuire l'inizio di un rituale d'ingresso al santuario: "Chi è de­gno, Signore, di stare nella tua casa;  di abitare sulla tua san­ta montagna?". Per accostarsi alla divini­tà  occorrono  condizio­ni particolari di purità,  che non si possono impunemente trascu­rare. 

Le prime risposte:

(1) Chi cammina perfetto, integro, cioè nella osservanza integra­le e irreprensi­bile  della legge,  il cui animo e le cui facoltà sono tutte tese al culto divino.

(2) Chi opera la giustizia,  altra espressione per dire ancora la stessa cosa,  cioè la pratica delle prescrizioni divine che deri­vano da giustizia e  portano a  opere  di  giustizia.  In queste prime risposte il salmo e Is  33 si trovano molto vicini. Sono prescrizioni generali che abbracciano le disposizioni fonda­mentali della pratica religiosa  e  impegnano  tutto  l'uomo.  Lo stesso  si  potrebbe dire ancora della terza risposta

(3) «Chi parla verità ('emet)». Anche questa ha un riscontro in Isaia e può essere interpretata in un senso ampio come le prece­denti­­.  Tuttavia  essa pare spiegata e limitata dalla quarta rispo­sta.

(4) Chi  dice la verità,  formulata come tale e zampillata dal fondo del suo cuore e sgorgante in  perfetta  sincerità,  non po­trà andare in giro calunniando con la lingua. Sincerità e veri­tà  in  cuore  non sopporta menzogna o calunnia sulla lingua.

(5) La quinta risposta enuncia la bontà d'animo che esclude in modo  pe­rentorio ogni malanimo e malizia contro il prossimo. Questa bon­tà  di disposi­zione  reprime  e sopprime ogni forma di insulto e ogni detto che rinfacci al prossimo difetti o mancanze. 

(6) Così  la sesta  rispo­sta può considerarsi come una conseguenza o una specifica­zione della quinta.

(7) Se Dio rimprovera qualcuno per la sua opposizione alla legge e  al  ben fare,  il  devoto si schiera con Dio nella riprovazio­ne.

(8) Con Dio ancora si schiera nell'onorare,  invece,  coloro che  lo  temono.

(9) Se  avviene  al  devoto  sincero di legarsi all' «amico» o al «prossimo» con qualche giuramento (e siamo alla nona risposta), egli sa mantenere fede alla parola data,  senza cercare di  smi­nuire  o trasformare la sua obbligazione (cfr. Lv 27, 10.35; Ml 1, 14). Il peccato di spergiuro non era raro nell’antichità.

            Le ultime due risposte riguardano ancora le  rela­zioni so­ciali.

(10) La Legge aveva sancito il principio della solida­rietà tra i membri dello stesso popolo e della stessa razza e ri­specchiando un ambiente e un'epoca di scarso sviluppo  commercia­le, aveva proibito il prestito a usura. Codesta proibizione asso­luta era stata trasformata in relativa, autorizzando il prestito a inte­resse  quando si trattasse di forestieri o stranieri­.

(11)      Piaga non infrequente, specie nell'età e nei paesi di scarsa efficienza dell'autorità superiore, è la corruzione nell'ammini­strazione della giustizia.  Dove la religione s'esaurisce in pre­scrizioni cultuali e non tocca, o poco, le fondamenta della mora­lità è cosa ordinaria corrompere il giudice e la giustizia è  am­ministrata a suon di bustarelle e di tangenti.  Non rare sono le invettive dei profeti, segno, purtroppo, che le loro parole non erano esercizio retorico, la giustizia all'innocente indifeso, all'orfano, alla ve­dova, sono invece il vanto di ogni re che fa valere la sua retti­tudine di governo (cfr. Sal 68, 6 s.).

La conclusione suona un po' ina­spettata.  Secondo la domanda iniziale la risposta conclusiva do­vrebbe garantire a chiunque se­gua le prescrizioni elencate  l'in­gresso  nel Santuario e la di­mora tranquilla e protetta nel Monte Santo. Invece si conclude affermando che chi tradurrà in pratica il  piccolo codice sociale non vacillerà in eterno.  Si  sentirà cioè sempre sostenuto e be­nedetto da Dio.

                                   

 

            E PER IL CRISTIANO CHE SIGNIFICA QUESTO SALMO?

 

            Il salmista pone, con la sua domanda, il problema fondamen­tale della nostra vita: chi può essere felice? La formulazione è fatta in termini biblici: "chi può stare col Signore sul suo «monte santo?»

            Che cos'è il monte Sion di cui parla il salmo se non il sim­bolo della nuova città che è la Chiesa? Chi abita in essa parte­cipa della sua stabilità come partecipa della santità del Dio Santo. Forse può aiutarci la conclusione del Discorso della mon­tagna nel Vangelo di Matteo:

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roc­cia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fon­data sopra la roccia» (Mt 7, 24‑25).

            Il salmo va oltre il livello di un semplice e banale morali­smo e invita invece ad una autenticità tutta evangelica. Viene spontaneo fare continui riferimenti al Vangelo: «Avete anche in­teso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti; ma io vi dico: non giurate affatto: né per il cielo, perché è il trono di Dio; né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi; né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello.  Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal ma­ligno» (Mt 5, 33‑37). Oppure quando Gesù insiste che occorre «fa­re» la volontà di Dio che è nei cieli con l'accento sul fare.

«Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incon­tro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Mae­stro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?” (Mc 10,17)». Il giovane domanda a Gesù che cosa deve fare? Ma anche Paolo dopo l'incontro con il Risorto sulla via di Damasco chiede: «Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia» (At 22, 10).

            Per tutti coloro che cercano Dio la risposta del salmista è molto chiara: coerenza tra la vostra pratica religiosa, il vostro comportamento morale e il vostro agire sociale. Non rende felici il solo conoscere, ma il fare la volontà di Dio (Mt 7, 3). Cono­scere e insegnare senza fare è fariseismo (Mt 23, 3). Chi sa e non fa è ancora più infelice di chi non sa: più infelice perché più colpevole (Lc 12, 47).

 

           

                                    E PER ME IN PARTICOLARE ?

             

            Il salmo si presta a una riflessione seria sull'impegno per la giustizia, per corrette relazioni morali eco­nomiche, per una preghiera non astratta ma che si traduce in im­pegno concreto, laddove dovrebbe arrivare ogni lectio «divina». Non c'è «lectio divina» che non sia anche lectio «humana».

            Pare che l'uomo di oggi si dibatta con gli stessi problemi di quelli del salmista: basti pensare alla corruzione imperante, alle «tangenti», agli interessi egoistici che afferrano tutti an­che quelli che si ritengono buoni cristiani.

            Inoltre il salmo ci mette in crisi profonda di identità: con quale fervore dobbiamo chiedere nell'umiltà: «chi è degno, Signo­re, di stare nella tua casa?»; come essere capaci con le sole nostre forze di avvicinarci a Gesù che con la sua umanità è divenuto il «vero tempio», «la vera tenda di Dio».

            Il Sal 14 si presta a un serio esame di coscienza per veri­ficare se davvero camminiamo nell'integrità della giustizia evan­gelica per poter avvicinarci lealmente alla tenda o alla santa montagna che è Gesù Cristo e ritornare, così rinnovati, ai nostri fratelli. Modello del salmista o di chi prega e medita questo salmo è l'uomo Cristo Gesù che prima fece e poi insegnò (At 1, 3) e con lui Maria la Madre, perfetta custode ed esecutrice della parola di Dio (Lc 8, 21; 11, 28).

            E per me in particolare?

            Un giorno anch’io sto per affrontare una tappa decisiva, inizio una strada importante per la mia vita, o sono sulla soglia di un ambiente dove vorrei restare. Mi chiedo: posso? sarò adatto? saprò rimanervi? Forse io penso che le condizioni possono essere difficili, come imprese eccezionali o eroiche, per cui ho paura. Ma il salmo dice che tutto è molto semplice. Nessuna condizione è fuori dalle mie possibilità. Basta che io abbia scelto con decisione quello stile di vita. Non devo temere, posso essere certo che anch’io ne sono degno. 

NB.

E’ il sesto contributo che assieme ad altri cinque ho inviato nei giorni scorsi via e-mail senza avere risposta. Ti prego di farmi sapere se la tua e-mail è in tilt e perciò devo inviarti anche gli altri cinque contributi via fax.

Ancora un cordiale saluto,

don Mario Cimosa

 

Capitolo 10

SEI TU SIGNORE L’UNICO MIO BENE

Salmo 16 (15)            

 

 

 

16 (15) Canto di fede di un convertito

 

1 Miktam:: "preghiera segreta", "preghiera a bocca chiusa o a metà voce", "dottrina", "stele", "poema"...

 

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

2 Ho detto al Signore: sei tu il mio Dio:

fuori di te non ho altro bene.

3 Un tempo adoravo gli dèi del paese,

confidavo nel loro potere.

4 Ora pensino altri a fare nuovi idoli,

non offrirò più a loro

il sangue dei sacrifici,

con le mie labbra non dirò più

il loro nome.

 

5 Sei tu, Signore, la mia eredità,

il calice che mi dà gioia;

il mio destino è nelle tue mani.

6 Splendida è la sorte che mi è toccata,

magnifica l'eredità che ho ricevuto.

 

7 Loderò Dio che ora mi guida,

anche di notte il mio cuore lo ricorda.

8 Ho sempre il Signore davanti agli occhi,

con lui vicino non cadrò mai.

9 Perciò il mio cuore è pieno di gioia,

ho l'anima in festa,

il mio corpo riposa sicuro.

 

10 Non mi abbandonerai al mondo dei morti,

non lascerai finire nella fossa chi ti ama.

11 Mi mostrerai la via che porta alla vita:

davanti a te pienezza di gioia,

vicino a te felicità senza fine.

 

 

 

            Questo salmo è una meditazione lirica molto bella sull'a­micizia con Dio (v. 7), la vicinanza a lui (v. 8), la gioia del credere (v. 9), la comunione con lui (vv. 10‑11). S. Teresa d'A­vila, echeggiando il v.2 nel c. VIII del «Cammino della perfezio­ne» scriveva: "Nulla manca a chi possiede Dio: Dio solo gli ba­sta!". Le due motivazioni mistica e escatologica si fondono così assieme. Per chi è unito a Dio già in questa vita è scontato che questa unione durerà per sempre.

 

LA SITUAZIONE ORIGINARIA DEL SALMO

Un giorno un antico ebreo scopre il vero Dio. Pieno di gioia, lo ringrazia e gli descrive la sua nuova bellissima esistenza. Dice che ora ha la ricchezza più preziosa e guarda al suo futuro con estrema fiducia: non sarà mai abbandonato, anzi sarà istruito e guidato sempre camminando sulla via che porta alla vita piena, oltre la morte.

            Il contenuto globale del salmo è tutto impostato sulla dedizione  completa al vero Dio  accompagnato da gioiosa fiducia  invano contrastata dai fautori degli idoli e dal loro  culto.  Il  salmista cioè   dichiara  a  Dio di non ricono­scere che lui e di collocare ogni sua fiducia in lui.

Infatti in  Dio si rifugia (v. 1), lui ha scelto come sua porzione e sua ere­dità  (v. 5a); inoltre ha sempre tenuto lui davanti agli occhi (v. 8). Come compenso Dio  da parte sua  lo sostiene in tutti gli avvenimenti della  sua  vita (v. 5b), lo consiglia e guida (v. 7), gli sta alla destra (v. 8) sicchè  il salmista può riposare tranquillo (v. 9).  In gravissimi frangenti Dio non abbandonerà  l'anima sua allo mondo dei morti,    permetterà  che si corrom­pa nella fossa (v. 10). Anzi per il sentiero di vita lo chiamerà  al godimento eterno presso di sè  (v. 11).

              

IL  MODELLO LETTERARIO

            Un inno-preghiera. Le parole che ora sa rivolgere al Signore chi è passato da una vita religiosa confusa e corrotta tra gli idoli, a un’esistenza piena di gioia e di speranza.

La prima parola dell'introduzione del salmo è un grido a Dio di chi si sente in grave pericolo fisico o morale: «Proteggi­mi...».  Grida così  senza preamboli  e solo quando ha fatto pre­sente la sua richiesta e il suo bisogno aggiunge il no­me divino come vocativo. Pericolo e necessità  di soccorso e difesa sì,   ma non disperazione, non spavento che toglie il respiro. Su­bito dopo quell'invocazione di difesa il salmista  dice  anche  a Dio la sua fiducia: «...in te mi rifugio». Pericolo e attesa fiducio­sa: ecco i due motivi del salmo con la prevalenza del secondo sul primo.

Il salmista ragiona così: se ora faccio un paragone tra la mia sorte e quella toccata agli altri posso ben  dire, per esperienza diretta, che nella di­visione dei terreni in eredità  le corde della misura non poteva­no cadere  su terreno migliore  e in sito più  ameno.  Non ha che lodarsi e congratularsi della buona fortuna toccatagli e della parte sua che può godersi.            

            Può quindi concludere la sua strofa con una esclamazione di  riconoscenza entusiastica: «Loderò Dio che ora mi guida».  Il merito di trovarsi tanto bene non solo lo  deve  al consiglio ve­nuto dall'alto e che ha bussato alla sua coscienza e al suo spi­rito per tante notti di seguito nel silenzio dello spirito  fat­tosi trasparente per il depositarsi delle preoccupazioni distra­zioni e tentazioni del giorno (vv. 5‑7).                    

            E' questo il premio  toccatogli  per  non aver mai sviato il suo sguardo da Dio e averlo tenuto ininterrottamente presente.  Egli ha cercato Dio  e Dio  non  s'è  sottratto a lui.  Ora se lo sente alla sua destra e gli conferisce tale sicurezza, tale senso di indefettibile difesa che non potrà  mai vacillare.

            Di fronte a constatazioni così  consolanti gli fiorisce sul  labbro  il  canto  del'esultanza: «Perciò il mio cuore è pieno di gioia, ho l'anima in festa e tutto il mio essere (fisico e psichico), il mio corpo riposa sicuro».

            Animatosi con la riconoscenza e la letizia, il  salmista  sente  potenziarsi  in    il  senso della sicurezza e dell'ap­poggio di Dio, sente che quella sua posizione di adesione a Dio corrisposta con tanto amore  gli apre l'animo a una aspirazione indicibile: quel sentirsi di Dio, quel sentirsi in Dio non deve e non può più venir interrotto.  L'ombra tetra dello sheol / «il mon­do dei morti», come pensavano gli antichi ebrei, non deve interrompere  con  la sua freddezza quella dolcezza ineffabile. No, egli sente,  egli sa che Dio non abban­donerà  l'anima sua alle brame dello sheol / «il mondo dei morti», non permetterà  che il suo fedele scompaia nella fossa in preda alla corruzione  troncando per sempre quel divino intimo collo­quio ma lo salverà. 

 

COME I CRISTIANI HANNO LETTO E  PREGATO QUESTO SALMO

            Il salmo nella prima teologia delle comunità cristiane è chiaramente riferito al Signore. Il salmo sembra contenere una promessa fatta da Dio in riferimento al Messia, alla cui risurre­zione dai morti si allude. Che il v. 10 sia messianico è  affer­mato con evidenza da Pietro nella sua predicazione primitiva (At 2, 25‑28) e da Paolo, nella sinagoga di Antiochia di Pisidia come dicono gli Atti degli Apostoli (At 13, 33‑37). Su questa linea anche i Padri della Chiesa hanno interpretato il salmo. Indubbiamente il salmo ci mostra una tale unione con  Dio  sufficiente  a rendere impossibile una separa­zione da lui attraverso l'ordinario processo  della  morte.  Ma Davide dopo la grande promessa di 2 Sam 7, 11‑17  sapeva che la sua sorte era legata a quella del Messia  come afferma espressa­mente Pietro: «Egli però era profeta, e sapeva bene quel che Dio gli aveva promesso con giuramento: “metterò sul tuo trono uno del tuo sangue” e perciò non sarebbe scomparso da  questo  mondo sen­za speranza nello sheol / «il mondo dei morti» come sarebbe avvenu­to se avesse dato ascolto ai nemici o falsi amici di 1 Sam 26, 19. Paolo a dimostrazione della resurrezione di Gesù Cri­sto cita anche il Sal  2: «Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho gene­rato», parole che per quanto oscure e suscettibili di molteplici interpretazioni  nel contesto storico non  hanno  alcuna relazio­ne diretta con la resurrezione del Messia.  L'uso cristiano del salmo nella comunità di fede è ogget­tivo ed esprime l'unità intima dei due testamenti. Il senso pieno inoltre ci aiuta a comprendere l'uso che di questo salmo vien fatto nel NT.

            Per una attualizzazione liturgica oltre che cristiana pos­siamo pensare al versetto: «mi mostrerai la via che porta alla vita». La stessa «via» che ha già percorso Gesù passando dalla morte alla vita e divenendo il Signore della vita. Il Signore Ri­sorto presente nella sua Chiesa accompagna il nostro cammino lun­go il sentiero della nostra salvezza personale e comunitaria. Con Gesù anche noi abbiamo il Padre come nostra parte e nostra eredi­tà perchè redenti da Lui partecipiamo alla stessa eredità. Così, il Signore sarà sempre con noi e non potremo vacillare fino al momento in cui godremo con Lui «pienezza di gioia» e «felicità senza fine».

 

ECCO COME ANCH’IO PREGHERO’ QUESTO SALMO

                        L'esperienza viva dell'intimità con Dio promessa da questo salmo la vivremo anche noi che siamo stati salvati da lui, uniti per mezzo suo ad una nuova ed eterna alleanza, destinati a per­correre il «sentiero della vita», attraverso di Lui che è «la Via, la Verità e la Vita».       

            Con il Cristo anche noi pregheremo questo salmo, con Lui in cui cerchiamo rifugio, per il quale e nel quale noi viviamo. Con lo stesso Gesù possiamo dire e meditare questo salmo con le tre accentuazioni che gli sono proprie:

 

(1) la dolcezza e l'umiltà di Davide (è un povero che parla; il quale si meraviglia ingenuamente e candidamente di ciò che il Si­gnore ha fatto per lui; non attribuisce niente a sé e se non può vacillare è solo per la forza di chi sta alla sua destra);

 

(2) la meraviglia dell'ammalato guarito (anche noi siamo passati attraverso il battesimo, le nostre confessioni, dalla morte alla vita);

 

            (3) la gioia estasiata e riconoscente del levita dinanzi alla sua eredità, alla nostra eredità e all'assoluto della sua scelta: Dio, l'unico nostro bene, nella speranza della vita eterna, il presentimento nella notte del raggiungimento di questa gioia di­nanzi al suo volto, alla luce del disegno di Dio che noi cono­sciamo attraverso la sua Parola meditata quando essa penetra nel nostro intimo, come Cristo ce la fa vivere nella sua Chiesa

 

Anche io ho avuto il dono di conoscere il Signore vero, di superare il mondo degli idoli, delle illusioni, delle violenze. Anche io posso e devo ringraziare per quel che ho ricevuto, dire che sono contento per la situazione dove mi trovo e per il futuro che mi attende. Con queste parole anch’io so ringraziare, dichiarare la mia gioia, cantare la mia fiducia.

 

 

 

LODE A DIO PER LA CREAZIONE E PER LA LEGGE

Salmo 18 (19)

 

 

1  Al maestro del coro. Salmo. Di Davide

2 Narrano i cieli la gloria di Dio,

 gli spazi annunziano l'opera delle sue mani.

3 Un giorno all'altro ne dà notizia,

  una notte all'altra lo racconta,

4 senza discorsi e senza parole.

  Non è voce che si possa udire.

5 Il loro messaggio si diffonde sulla terra,

 l'eco raggiunge i confini del mondo.

 Nei cieli è fissata la dimora del sole.

6 Esce come uno sposo dalla stanza nuziale,

 come un campione si getta felice nella corsa.               

7 Sorge da una estremità del cielo  e gira fino all'altro estremo: nulla sfugge al suo calore.

 

 

8 La parola del Signore è perfetta:  ridà la vita.

La legge del Signore è sicura: dona saggezza.

9 I precetti del Signore sono giusti: riempiono di gioia.

Gli ordini del Signore sono chiari:  aprono gli occhi.

10 La volontà del Signore è senza difetto: resta per   sempre.

Le decisioni del Signore sono valide, tutte ben fondate,

11 più preziose dell'oro,  dell'oro più fino,

più dolci del miele che trabocca dai favi.

12 Anch'io, tuo servo, ne ricevo luce,

grande è il vantaggio per chi le osserva.

13 Chi conosce tutti i propri errori.

Perdonami quelli che non conosco.

14 Difendi il tuo servo dall'orgoglio: su di me non abbia presa e sarò innocente, libero da gravi colpe.

15 Ti siano gradite le parole della mia bocca e i pensieri della mia mente, o Signore, mia difesa e mio liberatore.

 

            Nella lode a Dio presente nei salmi viene raccolta tutta la creazione. Essa viene vista come un dono della bontà di Dio. Nel­la lode del Sal 18, per esempio, la potenza del sole è solo un rimando alla potenza ancora più grande del Creatore che ha stabi­lito una rotta per il sole e gli ha fatto una tenda nei cieli: «esce come uno sposo dalla stanza nuziale, come un campione si getta felice nella corsa...» (v.6).

            Ma anche una lode che è esaltazione, nella legge, dell'ordi­ne della vita dell'uomo: «la parola del Signore è perfetta: ridà vita...» (v. 8). Un ordine cosmico ma anche un ordine esistenziale che Dio ha impresso alla sua creazione per cui deve essere da noi lodato.

Cardenal ha ripreso questo duplice ordine nella sua tradu­zione libera del versetto da noi citato: «la legge del Signore disciplina l'inconscio, è perfetta come la legge di gravità». So­no i due motivi che devono accompagnarci nella meditazione di questo salmo.

            Il tema proposto nel salmo potrebbe,  in  conclusione,  così esprimersi: come i cieli,  e la creazione, hanno un loro linguag­gio chiaro e annunciano la maestà, la sapienza e la potenza divi­na, così la «Legge» è l'altro linguaggio diretto, esplicito, non bisognoso di interpretazione, che dichiara all'uo­mo il pensiero divino, la volontà di Dio rivelandone nel medesimo tempo gli altri attributi di sapienza,  maestà e bontà,  ecc.  Da tutti e due l'uomo impara a conoscere Dio:  interpretando  il  linguaggio dei cieli,  e della creazione, studiandone e pratican­done la Legge. Queste due vie, Natura e Legge,  alla conoscenza di Dio sono presentate anche  da S.  Paolo nella Lettera ai Romani  1: la Natura; e in Romani 2: la Legge. Paolo parla il linguaggio dell'A.T.

E’ una meditazione poetica. Una doppia armonia: il creato e la legge del Signore. I cieli narrano la gloria delle opere di Dio. La legge del Signore mette armonia luminosa nella vita dell’uomo. Infine, una preghiera-invocazione.

Il salmista guarda il cielo e loda Dio per il mondo, dono della Sua bontà: pensa che il sole è solo un potente rimando a chi lo ha creato e ha fissato per lui un cammino e una dimora nei cieli. Questa doppia armonia fa pregare il salmista: liberami dall’orgoglio e dalle colpe.

 

 

                        LODE A DIO PER LA CREAZIONE

 

                                               

 

            Il linguaggio con cui il salmista inizia la sua preghiera è il linguaggio dei cieli. Non un'esclamazione, come nel caso del Sal 104, o del Sal  8,  ma uno stile di esposizione narrativa. Il tono è tuttavia altamente lirico e poetico: I cieli narrano la gloria di Dio  e  il firmamento  annuncia,  dichiara l'opera del­le sue mani,  cioè la sua sapienza di artista consumato. 

            Ed ecco come questo linguaggio dei cieli si propaga e tra­smette. Giorno a giormo, notte a notte ne trasmette parola e no­tizia.

            Affermata l'esistenza del linguaggio e  il  fatto della sua trasmissione, vien detto ora di che natura sia. Parlando di di­scorso,  di parole,  si potrebbe pensare che si tratti di un lin­guaggio articolato in tutto come un parlare umano.  Non  lo è,  ma non cessa per questo di essere una parlata. Perché ad analogia della parola umana, esso è un modo di esprimersi del pen­siero perfettamente intelligibile. Non si tratta infatti di una loquela o di parole che, sentendole non si comprendano. Come dirà S. Paolo ai Corinti (1 Cor 14, 7‑11),  non esiste linguaggio uma­no che non sia articolato con suoni intelligibili, altrimenti non adempirebbe allo scopo di trasmettere il pensiero.  Così è del linguaggio dei cieli. E' speciale, caratteristico degli astri, ma intelligibile. Occorre solo avere la iniziazione a ciò,  sapere in che relazione  stanno  i  cieli (e la natura) con Dio.  Cono­sciuto quel principio,  il parlare degli astri è pienamente com­prensibile. Difatti esso ha una portata così vasta che percorre tutta la terra e le sue parole singole pervengono ai confini estremi del mondo.

            Il sole viene presentato come il gigante del cielo. Nei cie­li domina, come un re nel suo palazzo,  il sole.  I cieli sono solo il suo  padiglione, anzi in una parte di essi, alla loro estremità orientale è posta la sua tenda e la sua abitazione.  Da essa egli esce ogni mattino,  annunciato  dall'aurora,  come uno sposo dal talamo,  e giovine come sposo, alacre come gigante,  o come un prode,  s'appresta alla fatica quotidiana di percorrere la sua via. Che non è poca.  Sorge,  uscendo dalla sua tenda,  a un estremo dei cieli e percorre la sua orbita fino all'estremo opposto, all'altro confine.  Passa implacabile e sicuro e compie l'ufficio suo di distribuire luce e calore.  Chi potrebbe sot­trarsi?  Dove trovare un nascondiglio dal suo fervore?.

 

 

LODE A DIO PER LA LEGGE

 

            Oltre al linguaggio dei cieli ne esiste un altro,  chiaro e squadernato,  che non ha bisogno di interpretazione.  Non è «me­diato»,  come quello della natura,  ma è la parola diretta e im­mediata di Dio: la «Legge». Essa espone, dichiara in modo espli­cito il pensiero e il volere  di lui.  Se l'uomo può imparare as­sai da quello,  molto più può imparare da questo e ottenerne sa­pienza e vantaggi svariati e ricchi.  Sono esposti elencando sei  sinonimi che indicano  ognuno qualche sfumatura del concetto del­la Legge e attribuendo a ognuno un'operazione propria. Il Sal 118 si servirà di otto sinonimi, aggiungendone due nuovi a quelli qui elencati. Il primo a comparire è il termine per antonomasia,  quello di Tôrah /Legge. Il carattere fondamentale della Legge è di essere "perfetta",  non mancante in nulla, perciò espressione adeguata del pensiero di Dio. Appena accolta,  ha  la prerogativa di operare come un soffio vitale che viene a ridare respiro all'anima, a rianimare la vita. Il secondo termine, testimonio, della inconcussa stabilità di Dio,  è perciò "fedele".  Accetta­to,  conferisce saggezza e sapienza anche a chi è semplice e in­genuo per natura sua. Terza sfumatura della Legge è lo "statuto",  ciò che Dio ha fissato come suo ordine dopo aver esaminato direttamente (paqad,  visitare) le  circostanze;  quindi gli statuti divini sono retti e apportano letizia al cuo­re.  La rettitudine apre il cuore al respiro senza  trepidazione  e dà sicurezza.  Con gli statuti viene il "comando” che partecipa della chiara visione che Dio ha di ogni situazione, perciò dona luce all'occhio e lo illumina.

            Conosciuta la Legge,  essa induce nell'animo del suddito il timore, che riconosce la maestà del legislatore,  che passa subi­to a riverenza e si manifesta  nella pietà.  Che è pura e dura quanto dura il suo oggetto, Dio, eterna. Per ultimo viene il “giudizio” che Iddio emette nelle circostanze concrete.  Ve­nendo da una perfetta  conoscenza  di tutti gli elementi sono in­dubbiamente veritieri e la verità partecipa della santità.

            Sono,  pertanto,  più  preziosi  dell'oro,  anzi  dell'oro più fino e in grande quantità. Sono  più dolci del miele, anzi di quello di prima qualità, che stilla con profumo e splendore dai favi.

            Qualità e virtù operative  della Legge rappresentano l'idea­le.  Non è facile realizzarlo. Il salmista lo ammette,  l'ideale,  in linea di principio. L'osservanza  della Legge istruisce e ar­reca grande compenso.  Ma chi può pretendere tanto perfetta cono­scenza da poterla  tradurre tutta in pratica senza errori? Anche quando c'è la miglior volontà, e il più diligente sforzo, chi non sbaglia? Si commettono errori senza avvertirli, senza comprender­li, cioè percepirli come errori.  La  coscienza  anche  retta può gravarsi di colpe occulte, cioè non avvertite.  Trasgressioni in­volontarie,  per fragilità o ignoranza, quindi perdonabili, di qualche prescrizione della Legge,  che resta così violata.

            Il pensiero espresso dal salmista nella sua preghiera è bel­lo e profondo e la meditazione degna di esser portata a conoscen­za di tutti.  Egli la canta a Dio;  gli torni gradita,  e il can­tore avrà la dimostrazione che Dio è  per lui  sempre  più  rupe  di difesa e vendicatore da ogni insidia della tentazione contro la sua Legge.

 

 

COME CI FA PREGARE QUESTO SALMO LA LITURGIA

 

            In tutte le feste o le ricorrenze in cui viene usato il sal­mo si dà risalto attraverso il versetto responsoriale al fatto che le parole del Signore sono spirito e vita, sono verità e vi­ta, sono parole di vita eterna, danno gioia. Si ricorda come la bellezza del creato narra la gloria di Dio e che la parola del Signore è luce alla strada dell'orante.

            La liturgia cristiana ci fa recitare il Sal 19 sia la matti­na di Natale con l'antifona: «come uno sposo il Signore esce dal­la stanza nuziale» e sia nella festa della Circoncisione con l'antifona: «Nei cieli è fissata la dimora del sole. Esce come uno sposo dalla stanza nuziale». Questo è un salmo che, recitato o meditato, riporta il nostro pensiero senza alcun dubbio al mi­stero dell'Incarnazione e alla nascita di Gesù.

E’ bello e interessante un confronto con il Cantico di Zaccaria che annunciando l'imminente ve­nuta dell'era messianica, indica la realizzazione piena dell'Al­leanza significata dalla nascita miracolosa di suo figlio.     

68 Benedetto il Signore Dio d'Israele,

perché ha visitato e redento il suo popolo,

69 e ha suscitato per noi una salvezza potente (...)

71 salvezza dai nostri nemici (...),

72 e si è ricordato della sua santa alleanza,

73 del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,

74 di concederci, liberati dalle mani dei nemici,

di servirlo senza timore, 75 in santità e giustizia

al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.

76 E tu, bambino (...) andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,

77 per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza

nella remissione dei suoi peccati,

78 grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio,

per cui verrà a visitarci dall' alto un sole che sorge

79 per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre

e nell' ombra della morte

e dirigere i nostri passi sulla via della pace (Lc 1, 68‑79).

 

Certamente Luca si è ricordato del sole di cui parla il Sal 19 paragonando Dio al «sole che sorge» (v. 78). Ma ci sono tanti altri punti di contatto, come il riscatto, la liberazione, la vi­ta alla presenza di Dio, la visita, i precetti. Il v. 77 è quello centrale: Giovanni avrà la missione di «dare...la conoscenza del­la salvezza», preparare la sua venuta.

            La prima parte del Sal 19 è una delle più belle lodi a Dio creatore, un inno cosmico che anche Paolo ha visto come afferma­zione di una conoscenza razionale di Dio citando il Sal 19, 4: «poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l' intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1, 19‑20).

 

COME POSSO PREGARE ANCH’IO QUESTO SALMO

            Proprio come l'orante del Salmo 18  anche Gesú vedeva nelle opere create la mano di Dio. Ne sono espressione soprattutto le parabole che hanno un riferimento a fenomeni naturali,  Mt 5, 45 «Egli fa sorgere il suo sole...») e 6, 26‑30 («gli uccelli del cielo, i fiori del campo»). Anche per Paolo, l'invisibile essenza di Dio, la sua eterna potenza e divinità «la ragione può ricono­scerle attraverso le cose create» (Rm 1, 20).

Ma al di sopra del regno della natura, per Gesú c'è la parola rivelata del Padre, della quale vive lui stesso (Gv 4, 34) e ciascun uomo (Lc 4, 4). Il suo ascolto diventa causa di parentela con il Figlio (Lc 8, 21) e di beatitudine (Lc 11, 28).

            La contemplazione religiosa della natura spesso riesce dif­ficile ai cristiani, soprattutto per il timore di cadere in una mentalità panteistica. D'altra parte la nostra epoca caratteriz­zata dalla tecnica sembra oggi spostare generalmente l'ottica dell'uomo al di qua del cosmo quale è uscito dalle mani di Dio. Una considerazione piú approfondita della immagine del mondo qua­le risulta dalle moderne scienze naturali potrebbe tuttavia pene­trare nello spazio del nostro salmo, e nello stesso tempo am­pliarlo. E' certo che l'uomo d'oggi molto spesso non vede piú nella rivelazione della volontà di Dio il proprio sole e la propria luce. Egli non sa piú che cosa serve alla sua pace (= alla sua vita piena). Dialogando pazientemente con lui è possibile far sí che si apra alla comprensione del sen­so dell'antica Alleanza quale il nostro salmo l'intende, e al corrispondente insegnamento fondamentale di Gesú. Un senso che altro non è se non il misericordioso invito rivolto all'uomo per­chè giunga al suo supremo compimento.

Anch’io vorrei cantare a Dio la mia gratitudine. La bellezza del creato narra la gloria di Dio, la sua Parola è luce per gli uomini. Ma spesso non riesco né a sentire nè a vedere.

 

 

 

IL SALMO DEL «BUON PASTORE»: SALMO 23 (22)

 

 

  Un Canto di fiducia

 

1 Il Signore è il mio pastore
 e nulla mi manca.

2 Su prati d'erba fresca

  mi fa riposare;

  mi conduce ad acque tranquille,


3 mi ridona vigore;

  mi guida (mi rinfranca, mi guida)

 sul giusto sentiero:


  il Signore è fedele

(per amore del suo nome)!

 



4 Anche se andassi per la valle più buia,

  di nulla avrei paura,

  perché tu resti al mio fianco,

  il tuo bastone (il tuo bastone e il tuo

  vincastro) mi dà sicurezza.


5 Per me tu prepari un banchetto
  sotto gli occhi dei miei nemici.
  Con olio mi profumi il capo,
  mi riempi il calice fino all'orlo.
  (il mio calice trabocca)

 

  6 La tua bontà e il tuo amore (felicità e     grazia)
   mi seguiranno per tutta la mia vita;

   starò nella casa del Signore
   per tutti i miei giorni.

 

 

 

 

 

                                                IL SIGNORE E’ IL NOSTRO PASTORE

 

            Il tema del pastore è uno dei temi biblici privilegiati e un titolo molto spesso attribuito a Jhwh nell'AT e a Gesù nel NT. Dato il contesto culturale accentuatamente pastorale non poteva essere altrimenti. Giacobbe (cfr.  Gn 48,15) ave­va esclamato: «Dio è il mio pastore fin da quando esisto». Il salmista tiene davanti agli occhi tutti i testi profetici di Jhwh, pastore d'Israele  e li fa suoi raccon­tando sotto forma di preghiera la sua esperienza di pecorella che ha attraversato mille pericoli fidando sempre nel suo unico pa­store in cui ha trovato forza e sostegno.

            In Oriente l'ospitalità è una realtà sacrosanta e chi è ac­colto come ospite nella tenda di un beduino viene protetto anche da eventuali nemici e persecutori. Nel salmo la casa del Signore viene vista come luogo in cui trovare rifugio e conforto. L'oran­te conosce bene le Scritture e certamente l'accentuazione sul convito in cui egli si sente ospite e commensale di Jhwh lascia intravedere il convito escatologico di cui parlano tanti testi dell'Antico Testamento e del Vangelo. Egli si sente sicuro dai suoi persecutori perchè avverte sempre accanto a sè la guardia del corpo che il Signore gli ha dato e che egli chiama «la bon­tà», cioè la felicità e l' «amore», cioè la misericordia di Dio.

 

 

IL MODELLO LETTERARIO DEL SALMO

 

            Il salmo 23 ci offre due qua­dretti: da una parte il pastore che guida ai pascoli verdeggianti e difende da ogni possibile pericolo il suo gregge. Dall'altra il banchetto apprestato con abbondanza sotto gli occhi dei nemici, e l'assistenza premurosa della Bontà e dell'Amore con il riposo fi­nale nella  Casa del Signore. E il senso è quello della fiducia più riposante e genuina.

            E’ un canto. Il salmista prima descrive le premure del Signore verso di lui e poi lo prega direttamente. In tono di riconoscenza e con forte fiducia gli dice che il suo presente è sicuro, glorioso e bello, e che anche ogni giorno del suo futuro sarà garantito.

 

MA QUAL’ E’ LA SUA SITUAZIONE ORIGINARIA

Un antico ebreo osserva, ammirato, il comportamento di un pastore che ama le sue pecore. Capisce: ecco, la sua situazione è come quella; con lui il Signore fa proprio così, con grandissima generosità e premura!  Allora lo prega: gli dice tutta la sua riconoscenza (perché egli continuamente riceve tante cose bellissime…) e la sua sicurezza (perché sa che non sarà mai abbandonato, e quindi non ha nessun timore circa il suo futuro…).

 

                                   IL SALMO 23 NELLA CHIESA DELLE ORIGINI

 

            Nella Chiesa primitiva quando nella notte di Pasqua i neofi­ti uscivano dal fonte battesimale e si recavano in processione in chiesa per ricevere la confermazione e partecipare per la prima volta al banchetto eucaristico cantavano il sal 23 che perciò prenderà in seguito il nome di «salmo dell'iniziazione cristiana». Così essi esprimevano la loro fede nel Signore Gesù che aveva af­fermato di essere il «buon pastore» (Gv 10, 11), quello preannun­ciato dai profeti per i tempi messianici, per mezzo del quale Jhwh si era rivelato vero pastore del suo popolo, come frequen­temente viene detto dai profeti (cf Ez 34). Il salmista certo non pensava neppure lontanamente al signi­ficato sacramentale delle sue immagini ma aveva presente i futuri tempi messianici, la possibilità di una vita di comunione intima con Dio prima dell'incontro «faccia a faccia» con Lui, tutto quello che noi oggi chiamiamo «vita sacramentale». «Ispirandoci ai Padri della Chiesa, potremmo dire così. Dio, nostro pastore e nostro ospite, come ha fatto con Israele fa con noi: non ci fa mancare niente. Tra i beni che ci ha elargiti il più grande è senza alcun dubbio l'unione con Lui. Per comunicar­cela ci ha dato i tesori della vita sacramentale. Il nostro primo motivo di ringraziamento è per il sacramento della Parola («erba sempre verde», come dicono i Padri), per l'acqua che ci ristora e ci rigenera e che è il Battesimo, per l'effusione dello Spirito qui presente nelle immagini dell'unzione dell'olio, del verbo «consolare» e di tutto quell'insieme che suggerisce una pienezza di vitalità e di forza fino al calice che trabocca e che ricorda l'effusione dello Spirito, e per l'Eucarestia indicata dalla ta­vola imbandita e dal calice pieno fino all'orlo. La vita sacra­mentale è la vita «in via». E' il viatico nel pellegrinaggio del popolo di Dio verso la mèta: la dimora, in Canaan, nel Tempio, in Cielo: «Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l' Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7, 16‑17).

            Conclusione felice di una felicità che già riempie la vita del cristiano, e illumina questo salmo straordinario con la lim­pidezza paradisiaca del v. 2: «su prati d'erba fresca mi fa ripo­sare; mi conduce ad acque tranquille», e la densità del v. 6: «La tua bontà e il tuo amore mi saranno compagni tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni».

            Si è giunti al «convito» (il misteh dei mistici posteriori), figura ripresa nel NT: Lc 14, 16; Mt 22, 13, e cara ai mistici dei vari ambienti religiosi. L'ospite ha disposto l'accoglienza e allestito la mensa nella propria Casa. E' la Casa del Signore, finalmente lo sappiamo, e sarà la dimora perenne dell'orante as­sistito da  «Bontà e Amore», espressioni della squisita ricchezza spirituale dell'Ospite, annunciate in figura dal bastone e dal vincastro del primo quadretto (M.Mannati).

 

ANCORA PER NOI OGGI

 

            Per noi cristiani questo salmo richiama tante cose ma soprattutto il fatto che la pastoralità di Jhwh e la sua accoglienza ospita­le si sono incarnate in forma personale in Gesù. In modo partico­lare due testi del NT vale la pena ancora ricordare, quello della Prima Lettera di Pietro: «Eravate erranti come pecore,  ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» (1 Pt 2, 25) e quello di Apo­calisse che identifica in Gesù l'Agnello e il Pastore che alla fine dei tempi saranno il nostro conforto e consolazione: «perché l' Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi» (Ap 7, 17).

            Anch’io posso capire con meraviglia che la mia situazione è specialmente felice e sicura. Agli altri io dovrei dichiarare d’ essere pieno di stupore e di contentezza per le moltissime cose belle che ogni giorno ricevo. E soprattutto io so che posso parlare con il Signore. Oltre ogni mio desiderio di richiesta (cioè ogni volontà di domandare ancora qualcosa) la mia preghiera dovrebbe esprimere gratitudine e riconoscenza: sia per quel che egli continuamente mi dona, sia perché mi garantisce un futuro nel quale non si vede nessuna grande incertezza, nessun limite.

 

 

 

 IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO

 La preghiera del Salmo 27

 

 1 Salmo di Davide.              

Il Signore è mia luce e mia  salvezza, di chi avrò paura?

Il Signore protegge la mia vita, di chi avrò timore?

2 Se i malvagi mi assalgono

e si accaniscono contro di me, saranno loro, nemici e avversari, a inciampare e finire a terra!

3 Se anche un esercito mi assedia il mio cuore non teme; se contro di me si scatena una battaglia ancora ho fiducia.

                4Una cosa ho chiesto al Signore,  questa sola io desidero:

abitare tutta la vita nella casa del Signore, per godere la bontà del Signore e vegliare nel suo tempio.

            5 Egli mi offre un rifugio anche in tempi difficili;

mi nasconde nella sua tenda, sulla roccia mi mette al sicuro.

6 Posso andare a testa altadi fronte ai miei nemici. Nella sua tenda con grida di gioia offrirò sacrifici, canterò e suonerò al Signore.

 

7 Ascoltami, Signore, io ti invoco:  abbi pietà di me, rispondimi.

8 Ripenso alla tua parola: «Venite a me». E vengo davanti a te, Signore.

9 Non nascondermi il tuo volto. Non scacciare con ira il tuo servo:  sei tu il mio aiuto. Non respingermi, non abbandonarmi,mio Dio, mio Salvatore.

10 Se padre e madre mi abbandonano, il Signore mi accoglie.

            11 Insegnami, Signore, la tua volontà,  guidami sul giusto cammino perché mi insidiano i nemici.

12 Non lasciarmi nelle loro mani: mi attaccano con calunnie e minacce.

                13 Sono certo: godrò tra i viventi la bontà del Signore.

14 «Spera nel Signore, sii forte e coraggioso,  spera nel Signore».

 

 

 

    

                           L’ESPERIENZA DEL SALMISTA

 

            Ecco qual è la situazione di chi rivolge a Dio la preghiera conservata nel Salmo 27: disgrazie e nemici hanno abbattuto questo povero uomo distrutto fino al punto che egli si crede in stato d'inimicizia con Dio stesso. Allora ha deciso di rivolgersi a Lui con grido appassionato per cercare di riottenere la sua pro­tezione. Se da parte sua la causa dei suoi mali è dovuta all'abbandono delle vie di Dio, di cui forse consciamente o no si è reso colpevole, chiede ora di essere mes­so sul buon sentiero, su una via dove non possa più smarrir­si, né inciampare.

Il Salmo 27 nella sua forma attuale è in stretta relazione con i salmi che lo precedono e con quelli che lo seguono. Con il Salmo 26 è collegato da uno stesso atteggiamento di chi fa questa preghiera:

 

a)      La stessa fiducia nel Signore: Sal 27,5 e 26,1.

b) Essere sul retto cammino: Sal 27,11 e 26, 12.

c) La preoccupazione per la propria vita: Sal 27, 4.13 e 26,9.

 

Anche con il successivo sal 28 i legami sono molto stretti:

a)      Chi prega confida nel Signore: 27,3; 28,7.

b)     Il suo cuore è turbato: 27,3.8; 28,7.

c)      Chi prega grida verso il Signore: 27,7; 28,1.

d)     Con forti grida: 27,7; 28,2.6.

e)      Egli vorrebbe appartenere alla terra dei viventi: 27,13; e non dei morti che scendono nella fossa: 28,1.

f)       I nemici sono assalitori: 27,2; 28,3.

g)     Causa di sventura: 27,5; 28,3.

h)      Ritorna in entrambi il riferimento al Tempio: 27,4-6; 28,2.

 

Il sal 27 è un salmo di fiducia, una fiducia che non deve vincere nemici esterni ma la paura, la grande nemica interiore. Fiducia che vince ogni paura.  La fiducia della prima parte del salmo (vv.1-6) sfocia in un ringraziamento con canti e sacrifici della seconda parte (vv. 7-14).

La certezza della protezione divina e di qui la preghiera per vincere ogni paura.

                                    «IL SIGNORE È MIA LUCE».

 

     La prima parte del salmo è  una preghiera fra le più belle del salterio, sia dal punto di vista letterario che spirituale. L'umano e il terreno sfumano per un istante verso il so­prannaturale. Si di­rebbe che i pericoli e le ansie della vita, invece di piegare lo sguardo del salmista verso il basso, gli diano la spinta per un ar­dimentoso slancio in alto.


«Il Signore è mia luce». Parola evocatrice che esprime gioia, vita, festa, bene, contro la tene­bra che dice morte, tristezza, male. Il termine ebraico in questo contesto significa salute, salvezza, letizia. Per il salmista Dio è luce perché appunto è per  lui garanzia di vita, anche nelle insidie; sicurezza e festosità di salute da chiunque e qualunque cosa pos­sa costituire una minaccia. Chi vede la via è sicuro di sé, perché scorge i pericoli, le difficoltà e può evitarli. Per que­sto il salmista può congiungere i due termini di luce e salvezza, mettendo insieme la metafora e la realtà. Concetto molto ricco quello della luce.  Applicato a Dio è presente spesso sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento.

Per il clima di fiducia l'inizio del salmo somiglia a quello del Sal 23: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» /«Il Signore è mia luce..., di chi avrò paura?».

     Non c'è motivo di paura per il salmista. Il Signore è sua rocca, (il termine si trova in ebraico anche se lo abbiamo tralasciato nella traduzione), costituisce una fortezza inespugnabile attorno alla sua vita: chi potrebbe fargli paura? (v.1).

Il primo versetto annuncia il "motivo" sinfonico che il resto del salmo svilupperà. All'inizio si prova subito la sensazione del pericolo incombente: sono i perversi che insorgono, gli oppressori, i nemici. E l'intenzione è chiara: vogliono divorare il salmista. Ma mentre tentano di realizzare il loro progetto inciampano e cadono (v.2).

A questo punto la visione s'allarga e dai nemici in genere si risale all'esercito schierato e alla «battaglia». Anche se dovesse vedere davanti a sé un esercito e trovarsi nella mischia della battaglia, il suo cuore sta saldo e non perde la fiducia in Dio (v.3).

 Nella sua situazione la cosa più desiderabile è di andare ad abitare assieme al Signore, diventare coinquilino di Dio. Questo solo egli chiede al Signore, questo solo desidera. Che paura può ancora fare il mondo con tutte le sue preoccupazioni, i pericoli, le difficoltà per colui che può passare tutti i giorni della sua vita nella casa di Dio? Divenuto inquilino di Dio, quali mirabili prospettive! Godere dell'intimità stessa di Dio (v.4).

Il salmista si è sollevato fino a Dio e sente il valore della protezione divina. Dio lo na­sconde nella sua «tenda», cioè nella parte  più segreta del suo padiglione, dove egli è irraggiungibile da parte dei nemici. Per lui la casa di Dio costituisce la fortezza del suo rifugio (v.5).

Con la sicurezza che gli viene dall'essere con Dio, protetto da Lui, nella sua intimità, può alzare il capo sui suoi nemici. Non solo, ma può innalzare a Dio sacrifici d'esultanza, cioè sacrifici di rin­graziamento con canti e inni di grazie al Signore. Elementi già riscontrati nel salmo 26, vv. 6-8 e chiamati con termine ordinario tôdah / «grazie» (v.6).

Col v. 7 comincia la seconda parte del salmo. L'orante  si rivolge a Dio con la forma carat­teristica dell'invocazione. Con una parola esprime il suo bisogno: ascolta la mia voce! Nell'essere esaudito sta la sua salvezza. Ho bisogno del tuo aiuto (v.7).

    Per catturare la benevolenza divina assicura che non si è mai allontanato da Lui e non ha mai desiderato altro che la sua presenza. Se vuoi che Dio ti prenda in considerazione, se vuoi sperare che ti soccorra devi andare da lui, «cercare la sua faccia», cioè recarti nel suo santuario e là pregarlo direttamente. Perchè là egli si manifesta. Questo è in realtà quanto egli ha fatto e fa tuttora, «il tuo vol­to, Signore, io cerco...Non nascondermi il tuo volto» (v.8).

Ora può presentare la sua preghiera, prima in forma negativa, poi in forma positiva.


Quando un imputato si presenta in tribunale, al giudice e al re, può essere invitato a esporre la sua causa (così la regina Ester davanti ad Assuero, il quale piega lo scettro in segno di assenso) o es­sere rifiutato. Affinché ciò non capiti a lui, il salmista suppli­ca Dio: «Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza". Da una parte la sua condizione triste e disperata, dall'altra però il suo attaccamento costante a Dio, l'impegno di Dio con lui come aiuto e salvezza (v.9).

L'orante avverte di avere convinto Dio a dargli ascolto e il suo cuore si apre alla speranza: «Abbandonato dal padre e dalla madre», si sente in quell'istante raccolto da Dio. Con un'affermazione di fiducia chiude così la prima parte della sua supplica. Sarebbe difficile per noi conoscere le circostanze e il perché di codesto abbandono da parte dei genitori. Non deve esse­re dovuto unicamente a una disgrazia o a una guerra. Il verbo usato per esprimere tale abbandono è il verbo ebraico 'azab / «abbandonare». Si tratta di un abban­dono cosciente e voluto come quello di cui si lamentò Gesù in Croce. Vedendo il figlio assalito da disgrazie e nemi­ci, anche i genitori lo hanno creduto colpevole e, per timore di Dio, non hanno avuto più il coraggio di sostenerlo e di difenderlo. I genitori possono sbagliare, ma Dio che vede in fondo al cuore e conosce la vera colpevolezza e l'innocenza, non giudica secondo l'appa­renza e perciò ha pietà del salmista (v.10).

Può darsi che per un momento si sia sbandato, sia uscito fuori dalla via diritta. Chiede quindi al Signore: «Mostrami, Signore, la tua via, guidami sul retto cammino», per evitare l'assalto dei nemici (v.11).

Lo tenga quindi in guardia da coloro che usano normalmente la menzogna e la violenza per  abbattere il giusto (v.12).

Vittorioso sui nemici potrà contemplare la bontà di Dio nella terra dei viventi. Potrà presentarsi al suo santuario, prendere parte al culto, come vivo tra i vivi (v.13).

Se questa volta è avvenuto così, nulla vieta che possa avvenire così anche in seguito. E' ciò a cui invita la conclusione finale. «Spera in Dio», è la grande parola! Qualunque cosa possa capita­re, spera sem­pre. Verranno i momenti di crisi in cui pare che tutto sia perduto. Sono i momenti in cui occorre che il tuo cuore non vacilli. Allora soprattutto: «Spera nel Signore». Con questa speranza ferma si chiude il salmo (v.14).

 

                                    IL SALMO 27 E GESU’ DI NAZARET

Anche questo salmo riflette, come tanti altri, l'ambiente religioso postesilico in cui si è formata la spiritualità degli anawim / «i poveri del Signore» che si svilupperà fino al NT.

La tradizione cristiana, a partire dai Vangeli, attraverso i Padri e nella Liturgia fino ai nostri giorni, ha sempre visto in questo salmo una profezia della Passione del Signore. Il v.12 ha certamente influenzato il racconto della Passione nei vangeli di Matteo e di Marco. Anche il sal 35,11-12 ha un testo molto simile.

 Ma oltre gli evangelisti c'è un passo della Lettera agli Ebrei che ha un vocabolario simile e che appare come una meditazione teologica sulla Passione:

«Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà; pur essendo Figlio, imparò tuttavia l' obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,7-8).

L'inizio della seconda parte del salmo conferma ancora di più come i primi cristiani vedessero in questo salmo una descrizione avant-lettre delle sofferenze di Gesù durante la sua passione. Basti notare la somiglianza di Sal 22,2 con Sal 27,9.


Però il Sal 27 contiene anche parole e espressioni di fiducia e di speranza che potremmo vedere bene sulle labbra del Signore Risorto rivolte al Padre: Sal 27,6. L'espressione «posso andare a testa alta» è la resa in forma semplice di «ha glorificato la mia testa al di sopra dei miei nemici...». Il salmo è stato considerato anche profezia della glorificazione di Gesù.

I Padri hanno interpretato la casa del Signore come la Chiesa del Dio vivente. Qualcuno ha dato del salmo una interpretazione battesimale: i catecumeni prima del battesimo aspirano ad abitare nella casa del Signore, nel regno di Dio. Agostino vede nella persecuzione di cui è oggetto il salmista le difficoltà che il cristiano deve affrontare nel mondo in cui vive per essere coerente con la propria fede.

Abitare nella casa del Signore e contemplare il volto di Dio è lo scopo di tutta la vita cristiana. La pienezza la si godrà soltanto nella Gerusalemme celeste ma questa si costruisce gradualmente nel cuore dei fedeli per mezzo della fede, della speranza e della carità. In mezzo alle sofferenze e alle difficoltà della sua vita quotidiana il cristiano può gridare con il salmista.

 

                        LA FIDUCIA È LA SPINA DORSALE 

Dai primi versetti è presente con forza il tema della «fiducia» fino al v.13 dove è espressa esplicitamente e appare come l'oggetto dell'oracolo. Fiducia per prendere l'iniziativa con coraggio e con forza; fiducia che si manifesta nell'intimità, nella pace e nel silenzio e non nell'agitazione: «Marta, Marta, tu ti preoccupi per troppe cose. Una sola cosa è necessaria». Cercare il volto di Dio, conoscere la sua dolcezza, ricevere la sua Parola e conservarla, come faceva sua sorella Maria, ecco l'unica cosa necessaria.

Il Sal 27 può apparire come il grido di fiducia di coloro che hanno messo Dio al primo posto. Il popolo di Dio in cammino, la Chiesa di cui Cristo è la luce, lo Sposo, il Signore Risorto (questo salmo si recita al mattutino del sabato santo). Con la Chiesa, come a Cristo anche a noi è promessa la vittoria:

«Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo» (Ap 3,12).

                                               

           

 CANTO DI RINGRAZIAMENTO

  DOPO UNA MALATTIA: SALMO 29 (30)

 

 

 

1 ---

2 Ti esalto, Signore,

perché mi hai risollevato,

non hai permesso ai miei nemici

di godere delle mie sventure.

3 Signore, mio Dio, ho gridato aiuto

 e tu mi hai guarito.

4 Mi hai sottratto al regno dei morti,

hai salvato la mia vita dalla tomba.

 

5 Cantate al Signore, voi suoi fedeli,

lodatelo perché egli è santo.

6 La sua ira dura un istante,

la sua bontà tutta una vita.

Se alla sera siamo in lacrime,

al mattino ritorna la gioia.

 

7 Stavo bene e pensavo:

«Non corro alcun pericolo».

8 Tu sei stato buono con me,

mi hai reso stabile come una montagna; ma quando mi hai nascosto il tuo sguardo, la paura mi ha preso.

 

9 A te, Signore, ho gridato,

a te ho chiesto pietà:

10 «Se muoio e finisco nella tomba,

che vantaggio ne avrai?

I morti non possono più lodarti,

non proclamano la tua fedeltà.

11 Ascoltami, Signore, abbi pietà,

Signore, vieni in mio aiuto».

 

12 Hai cambiato il mio pianto in una danza, l'abito di lutto in un vestito di festa.

13 Senza mai tacere, io ti loderò, Signore,

per sempre, mio Dio, ti voglio celebrare.

 

            «Canto di ringraziamento per la guarigione da una malattia»? Questa espressione forse esprime molto bene il genere letterario del salmo. Da una analisi accurata infatti appare chiaro trattarsi di un «canto di ringraziamento» in un primo momento a carattere individuale: l'esperienza di un israelita malato che dopo aver invocato il Signore viene guarito ed esce in un inno di ringraziamento al Signore. Solo in un secondo momento acquisterà poi un carattere nazionale. Il salmo è stato quindi, in genere, riconosciuto dai commentatori ed esegeti come un canto di ringraziamento dopo una malattia. Basta infatti una lettura attenta e calma del testo, senza prevenzioni, per accorgersi che questa opinione è vera.

Canto di ringraziamento dopo una malattia. Una serie di immagini opposte: malattia-guarigione: vita-tomba; ira-bontà; sera-mattino; pianto-gioia; risalire-scendere;  sicuro-turbato; lutto/danza; monte sicuro-volto             nascosto; lodare/tacere. Queste immagini sviluppano           <